Ha attraversato l’Atlantico in mongolfiera, inventato la Premium Economy, portato i tatuaggi in crociera ed è stato il primo turista della storia a comprarsi un biglietto per il cielo. Poi, nell’anno in cui tutto è precipitato, ha impegnato la sua isola. Storia di Richard Branson, che da settant’anni prova a non atterrare.
di Petit Pascal — 26 agosto 2026
Chi è. Sir Richard Branson, 76 anni[*], è il fondatore del Virgin Group: dai dischi agli aerei, dalle crociere ai treni, fino ai voli suborbitali. Nel turismo il suo nome sta su Virgin Atlantic, Virgin Voyages, Virgin Hotels e Virgin Galactic. Perché ne scriviamo. Le sue quattro navi sono uscite tutte dai cantieri Fincantieri di Genova, punta a rompere il monopolio di Eurostar sotto la Manica, e il turismo spaziale che ha inventato è oggi fermo ai box: tre buone ragioni per raccontare l’uomo che ha messo lo stesso marchio rosso su tutto ciò che si muove.
È l’11 luglio 2021 e nel deserto del New Mexico un signore di settant’anni si allaccia le cinghie di una navicella. Fuori, lo Spaceport America; dentro, la Vss Unity, che in una manciata di minuti lo porterà dove il cielo smette di essere azzurro. Diventerà il primo turista spaziale della storia, battendo sul tempo Jeff Bezos di nove giorni esatti, e definirà l’esperienza «unica nella vita». Il particolare che nessuno racconta, quel giorno, è un altro: tredici mesi prima, per non far fallire i suoi aeroplani, aveva venduto quattrocento milioni di dollari di azioni di quella stessa compagnia spaziale. Aveva venduto il futuro per salvare il passato. E poi si era imbarcato lo stesso.
IL RAGAZZO CHE NON SAPEVA LEGGERE
Per capire come ci si arriva bisogna tornare al Surrey del 1950, dove nasce un bambino dislessico che a scuola va male[*] — malissimo — e che a scuola, semplicemente, smette di andare. Nel 1968, ancora studente, fonda una rivista che si chiama Student[*] e intervista John Lennon e Mick Jagger. Nel 1972 apre un’etichetta discografica[*]: la chiama Virgin — vergine, principiante — perché di affari nessuno lì dentro capisce niente, e almeno il nome è onesto. Il primo disco è Tubular Bells di Mike Oldfield e vende milioni di copie. Poi arrivano i Sex Pistols, e la vergine diventa una major.
Nel 1978, ventottenne, si innamora di una donna e le vuole fare colpo: si fa portare a vedere un’isoletta caraibica di settantaquattro acri. Il proprietario ne chiede sei milioni di dollari, lui ne offre centomila. Se la aggiudica per centottantamila: Necker Island[*]. Joan Templeman lo sposerà. L’isola tornerà in questa storia, in un momento assai meno allegro.
UN AEREO SOLO
Il 22 giugno 1984 un Boeing 747 di seconda mano, battezzato Maiden Voyager, decolla da Londra Gatwick verso Newark[*]. È l’intera flotta di Virgin Atlantic: un aereo. A bordo finiscono tutte e settanta le casse di champagne imbarcate e i passeggeri ballano nel corridoio. Il produttore discografico ha appena fondato una compagnia aerea perché, dice la leggenda di famiglia, gli avevano cancellato un volo per le Isole Vergini e lui aveva noleggiato un aereo intero rivendendo i posti agli altri passeggeri a piedi.
La compagnia di bandiera non la prende bene. Negli anni successivi British Airways mette in piedi quella che passerà alla storia come la campagna dei dirty tricks: dipendenti che si spacciano per personale Virgin e telefonano ai clienti per dirottarli, accessi ai sistemi informatici del rivale. L’11 gennaio 1993 finisce con scuse pubbliche senza riserve e un risarcimento da 610mila sterline — all’epoca il più alto mai concesso per diffamazione in Inghilterra[*]. Delle cinquecentomila che toccano personalmente a Branson, lui non tiene nulla: le divide tra i dipendenti, che la ribattezzano the BA bonus.
Ma la vittoria arriva dopo una resa. Per tenere in vita l’aereo contro il gigante, nel giugno 1992 Branson aveva venduto la Virgin Records a Thorn Emi per quasi un miliardo di dollari[*]. Firmò e pianse: aveva appena ceduto la cosa da cui era nato tutto, per finanziare quella che sarebbe diventata tutto il resto. È il primo dei suoi baratti, e vale la pena tenerlo a mente: quest’uomo, quando deve scegliere, vende ciò che ama per proteggere ciò che vola.
NON GUARDARE GIÙ
Nel frattempo, letteralmente, vola. Il 2 luglio 1987 sale su una mongolfiera con lo svedese Per Lindstrand e attraversa l’Atlantico: quasi cinquemila chilometri, primo equipaggio nella storia a riuscirci[*]. All’atterraggio, però, il pallone rimbalza sul terreno e riparte verso il mare d’Irlanda; Lindstrand si getta in acqua, Branson resta aggrappato al pallone che risale nelle nuvole, e si salva per un soffio. Nel gennaio 1991 ci riprova sul Pacifico, dal Giappone al Canada: settemilaseicento chilometri in poco più di quarantasei ore, con un terzo del propano perduto per un guasto e la scelta, a mezz’aria, se ammarare o tirare dritto[*]. Tirano dritto.
Sono anni di record e di quasi-disastri, e sono la chiave di tutto il resto: le mongolfiere non servivano a nulla, se non a mettere il marchio rosso sui giornali di mezzo mondo e a dimostrare una cosa sola, che quest’uomo ripeterà per quarant’anni sotto forme diverse — che si può salire più in alto di quanto sia ragionevole, purché non si guardi giù. Nel marzo 2000 Buckingham Palace lo fa cavaliere «per i servizi all’imprenditoria»[*]. Da allora è Sir Richard, il che, per uno che vendeva dischi punk, resta una delle ironie meglio riuscite del Novecento britannico.
L’ARMATORE
Nel novembre 2017, allo stabilimento Fincantieri di Sestri Ponente, quattrocento invitati assistono all’impostazione della chiglia della prima nave da crociera targata Virgin. Ospite a sorpresa, alla consolle, c’è Boy George. E Branson, guardandosi intorno, dice la frase che riassume una vita meglio di qualsiasi biografia.
Io e George ridevamo mentre stavamo venendo qui: 35 anni fa ero un produttore discografico indipendente, adesso faccio l’armatore.
— Richard Branson, novembre 2017
Nasceranno lì, a Genova, tutte e quattro le Lady: Scarlet, Valiant, Resilient e Brilliant. Centodiecimila tonnellate, 278 metri, oltre 1.400 cabine per 2.770 passeggeri. E soprattutto una liturgia rovesciata rispetto alla crociera come la conoscevamo: solo adulti, niente buffet, niente dress code, un negozio di tatuaggi e uno di vinili a bordo, settantotto suite chiamate Rock Star con un club sul tetto — il Richard’s Rooftop — riservato a chi le prende.
Virgin ha sempre evitato le formalità soffocanti e porta un po’ di ribellione alle esperienze dei nostri clienti. Con queste suite glamour, Virgin Voyages sta portando il rock and roll in alto mare.
— Richard Branson, gennaio 2019
Il metodo è sempre quello, dal 1984: entrare in un settore ingessato, togliere le cravatte, alzare la musica. Aveva funzionato con l’aereo — nel 1992 fu Virgin Atlantic a inventarsi la Premium Economy, quella via di mezzo che oggi copiano tutti, da Lufthansa a Singapore Airlines a Emirates. Doveva funzionare anche col mare. Poi è arrivato il 2020.
L’ANNO IN CUI TUTTO PRECIPITA
Il 24 marzo 2020 Branson mette 250 milioni di dollari di tasca propria nelle società del gruppo, che tra aerei, vacanze, navi e hotel danno lavoro a settantamila persone in trentacinque Paesi.
Dal momento che le nostre aziende sono impegnate in settori come il travel, il leisure e il wellness, c’è un grande bisogno di supportarle per salvare i posti di lavoro.
— Richard Branson, marzo 2020
Non basta. Ad aprile Virgin Australia entra in amministrazione straordinaria con cinque miliardi di dollari australiani di debiti e sedicimila posti a rischio: la sua quota si azzera. Chiede aiuto al governo di Sua Maestà, che dice no; allora offre in garanzia l’unica cosa che i banchieri possono davvero toccare, l’isola dove vive. A maggio Virgin Atlantic taglia tremila posti e abbandona Gatwick. Ed è qui che avviene il baratto di cui sopra, versione 2020: per salvare gli aerei vende quattrocento milioni di dollari di azioni Virgin Galactic, cioè lo spazio.
Abbiamo resistito a molte tempeste dal nostro primo volo, ma nessuna è stata così devastante come il Covid-19.
— Shai Weiss, ceo di Virgin Atlantic, maggio 2020
A luglio arriva un piano da un miliardo e mezzo; ad agosto la compagnia chiede comunque la protezione del Chapter 15 negli Stati Uniti; a fine mese i creditori approvano quasi all’unanimità; a settembre altri mille licenziamenti portano l’organico a circa metà dei diecimila di prima. A ottobre, con la faccia tosta che gli riconoscono anche i nemici, rientra in Virgin Australia comprandone il 5% dai nuovi proprietari. Il marchio, quello, non lo molla mai: è l’unica cosa che in tutta questa storia non è mai stata in vendita.
IL CIELO, E IL CONTO
Nove mesi dopo, la navicella nel deserto. Il volo dell’11 luglio 2021 è il coronamento di un’idea nata nel 2004 e pagata carissima: il 31 ottobre 2014, durante un test sul deserto del Mojave, lo SpaceShipTwo si era disintegrato in volo uccidendo il copilota Michael Alsbury e ferendo gravemente il pilota Peter Siebold[*]. Ci vollero sette anni per tornare lassù. Quando Branson ci arriva, seicento clienti hanno già prenotato a 250mila dollari l’uno — tra loro, dicono le cronache, Di Caprio e Bieber — e l’Italia si prepara: c’è un accordo con l’Agenzia Spaziale Italiana, uno spazioporto a Grottaglie in Puglia, e nel giugno 2023 tre italiani dell’Aeronautica Militare e del Cnr voleranno davvero sulla missione Galactic 01.
Poi il conto. Nell’aprile 2023 Virgin Orbit, la costola dei lanci satellitari, fallisce: gli asset vengono venduti all’asta per trentasei milioni di dollari, meno dell’1% di quanto la società valeva alla quotazione, e l’85% dei settecentocinquanta dipendenti perde il lavoro[*]. Virgin Galactic, dal canto suo, ha smesso di volare: ha sospeso i voli commerciali per costruire una nuova generazione di navette, la Delta class, il cui primo volo a piena potenza è slittato al 2027[*]. Il turismo spaziale che Branson ha praticamente inventato è oggi, per sua stessa mano, in pausa.
Anche il patrimonio racconta la stessa parabola: dai 5,26 miliardi di dollari che Bloomberg gli attribuiva nel 2019 ai circa 2,8 stimati da Forbes nel luglio 2026[*], più che dimezzati dal Covid e dal crollo dei titoli spaziali. Nel 2024 ha venduto Virgin Money a Nationwide per oltre tre miliardi e mezzo[*]: un altro pezzo di sé ceduto per tenere in aria il resto. È sempre lo stesso baratto, dal 1992.
QUELLO CHE NON SI PUÒ FARE
Eppure. Il 28 novembre 2023 un Boeing 787 di Virgin Atlantic decolla da Heathrow e sette ore e venti minuti dopo atterra al Jfk: è il primo volo transatlantico della storia interamente alimentato a carburante sostenibile, servito un permesso speciale dell’autorità britannica perché l’Europa, di norma, non consente di superare il 50% di biocarburante. A bordo, naturalmente, c’è lui.
Il mondo presumerà sempre che qualcosa non possa essere fatto, finché non lo fai. Virgin Atlantic ha sfidato lo status quo e spinto l’industria aeronautica a non accontentarsi mai e a fare meglio dal 1984.
— Richard Branson, novembre 2023
E infatti non si ferma. Nel 2024 apre a Londra, a Shoreditch, il diciassettesimo Virgin Hotel, proprio dove la storia era cominciata; a Maiorca, «dopo decenni di tentativi», riesce finalmente a trasformare la tenuta di Son Bunyola in un albergo di lusso. A dicembre dello stesso anno Virgin Voyages inventa un abbonamento annuale alle crociere da 120mila dollari per due persone, pagabile anche in Bitcoin. E all’inizio del 2025 annuncia dodici treni ad alta velocità per sfidare il monopolio di Eurostar sotto la Manica: una commessa da oltre cinquecento milioni di sterline. C’è un dettaglio che i comunicati non sottolineano: sui treni britannici Virgin c’era già stata, per ventidue anni sulla West Coast, e ne era uscita nel dicembre 2019 dopo essere stata esclusa dalla gara[*]. Tornare dove si è perso, del resto, è un altro modo di non atterrare.
Alla fine è tutta qui, la traiettoria: un ragazzo che non riusciva a leggere una pagina si è passato la vita a staccarsi da terra. Ha venduto i dischi per comprarsi un aereo, ha impegnato l’isola per non perdere gli aerei, ha venduto lo spazio per salvare le ali, ed è andato nello spazio comunque. Oggi le sue navette sono a terra fino al 2027, il suo patrimonio è la metà di cinque anni fa e il suo nome — quel marchio rosso appiccicato a dischi, aerei, palestre, banche, navi e razzi — vale ancora più di tutto quello che ha venduto per tenerlo in volo. Dove nel 1987 c’erano le nuvole sopra l’Atlantico, nel 2021 c’era il buio dello spazio; e sotto, sempre, la stessa regola che gli ha permesso di arrivare fin lassù tutte e due le volte. Non guardare giù.
[*] Dati verificati fuori dai nostri archivi — L’Agenzia di Viaggi Magazine (lagenziadiviaggimag.it) e ViaggiOff (viaggioff.it) — presso fonti ufficiali e pubbliche: Guinness World Records, il rapporto del National Transportation Safety Board sull’incidente del 2014, gli atti del contenzioso British Airways-Virgin, le stime patrimoniali di Forbes e Bloomberg, i siti dei brand Virgin e la stampa internazionale, consultati il 26 agosto 2026. I virgolettati restano attribuiti ai nostri archivi o alla fonte originale citata.
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La mappa delle imprese. Il grafo dei «quattro mondi» non è un’illustrazione ma una visualizzazione di dati: entità e relazioni sono state estratte automaticamente, con un sistema di intelligenza artificiale, dagli articoli del nostro archivio; la dimensione dei cerchi misura quante volte un soggetto compare insieme a Branson, lo spessore delle linee quanti articoli documentano ciascun legame. Il raggruppamento in aria, mare, spazio e terra è una chiave di lettura redazionale. L’unico nodo aggiunto a mano — Fincantieri, che ha costruito le quattro navi — è disegnato tratteggiato e segnalato come tale.



