Secondo quanto riportano i media sono oltre 1.400 le persone disperse dopo le devastanti alluvioni e frane che hanno colpito il confine tra Nepal e Tibet, il 26 agosto provocando al momento oltre 260 morti e travolgendo interi villaggi. Un bilancio, questo, che si è aggravato di ora in ora.
La polizia nepalase ha riferito di due italiani con la loro guida bloccati da un’interruzione stradale provocata dalla frana che, come ha assicurato il ministro Tajani, “sono in buone condizioni”. Tre connazionali però, oggi, 27 agosto, risultano ancora irreperibili secondo la Farnesina.
Il ministro ha disposto intanto l’invio di personale a Kathmandu per assistere i connazionali coinvolti nell’alluvione in Nepal: sul sito “Dove siamo nel mondo” dell’Unità di crisi della Farnesina sono 90 gli italiani registrati tra Tibet e Nepal.
Al Corriere della Sera i due connazionali di cui sopra, in buone condizioni, hanno dichiarato di essere bloccati su un lembo di strada, a poca distanza da Anbu Khaireni, nella provincia di Gandaki e di non poter raggiungere la città per il volo di ritorno, né di poter tornare indietro.
Per via della frana, la Prithvi Rajmarg, una delle principali arterie stradali del Paese che segue per lunghi tratti il corso del fiume Trishuli, è ora sommersa da detriti e fango ed è impraticabile.
A causare il disastro sarebbe stato il crollo di un ghiacciaio. Lo ha annunciato ufficialmente l’Istituto geologico statunitense secondo il quale il terremoto di magnitudo 5.2 avvenuto poco prima in Tibet “è stata la causa” del “cedimento di tale ghiacciaio, largo circa 600 metri, e di una colata di detriti con conseguenze catastrofiche a valle”.
Gli scienziati ritengono che l’aumento delle temperature legato ai cambiamenti climatici possa aver accelerato il collasso del ghiacciaio.


