Agenda 2030, l’Italia è lentissima
e resta indietro

Agenda 2030, l’Italia è lentissima <br>e resta indietro
29 Ottobre 07:00 2026

L’Italia è sempre più lontana dagli obiettivi sulla sostenibilità dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. A quattro anni dalla scadenza, il 58% dei traguardi quantitativi monitorati appare ormai irraggiungibile, mentre il Paese continua a perdere terreno su povertà, disuguaglianze e tutela dell’ambiente. E anche nel resto d’Europa la transizione verso un modello di sviluppo sostenibile rallenta.

È il quadro che emerge dall’undicesimo rapporto ASviS, intitolato Agenda per la prossima legislatura. E non solo, presentato il 28 ottobre a Roma, alla Camera dei Deputati, dall’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile.

Secondo il documento, nel 2025, sei dei 17 obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite hanno registrato un peggioramento, mentre l’indice complessivo è rimasto sostanzialmente fermo. Dei 38 target quantitativi fissati per il 2030, il 58% non appare raggiungibile: una percentuale invariata rispetto allo scorso anno, nonostante gli effetti positivi del Pnrr.

L’analisi di 45 obiettivi qualitativi evidenzia come, in oltre la metà dei casi, soprattutto negli ambiti ambientale e sociale, le norme e le politiche siano già state adottate, ma la loro attuazione risulti largamente insufficiente.

«A livello globale, stiamo assistendo a una vera e propria “regressione insostenibile”, che incide sulle condizioni di vita delle persone e del Pianeta, e genera continue crisi», ha detto Enrico Giovannini, direttore scientifico dell’ASviS, sottolineando la necessità di superare l’approccio emergenziale che caratterizza le politiche pubbliche italiane.

Povertà, ambiente e disuguaglianze: i nodi irrisolti

Il confronto con il 2010 restituisce un bilancio particolarmente negativo. L’Italia è peggiorata in cinque ambiti: lotta alla povertà, gestione delle risorse idriche, riduzione delle disuguaglianze, tutela degli ecosistemi terrestri e qualità delle istituzioni.

Per altri cinque obiettivi, tra cui salute, innovazione e città sostenibili, i progressi sono stati pressoché nulli. Miglioramenti limitati si registrano nell’istruzione, nella parità di genere, nell’energia, nel lavoro e nell’azione climatica. Soltanto l’economia circolare e la tutela degli ecosistemi marini mostrano avanzamenti più consistenti.

I numeri fotografano le difficoltà strutturali del Paese: oltre 5,4 milioni di persone vivono in povertà assoluta, tra cui 1,1 milioni di minori, e il 94,5% dei Comuni italiani è esposto al rischio idrogeologico.

A preoccupare è anche la condizione delle nuove generazioni. Soltanto il 31,1% dei giovani tra 25 e 34 anni è laureato, contro l’obiettivo del 45% fissato per il 2030, e quasi un giovane su cinque nella fascia 18-34 anni manifesta un disagio psicologico.

Un quadro che richiama le considerazioni di Ferruccio de Bortoli, secondo il quale il dibattito sulla sostenibilità non può limitarsi alla transizione ambientale, ma deve comprendere anche istruzione, benessere delle comunità e coesione sociale. Il rischio, sottolinea l’ex direttore del Corsera, è continuare a sottrarre alle nuove generazioni una «quota di futuro».

Europa e mondo, la transizione rallenta

Le difficoltà italiane si inseriscono in uno scenario internazionale altrettanto preoccupante. Nell’Unione europea, la quota dei traguardi quantitativi raggiungibili entro il 2030 è scesa dal 53% al 47%, mentre sette obiettivi hanno registrato un peggioramento, nell’ultimo anno.

Ancora più critico il quadro mondiale: soltanto il 15% dei target dell’Agenda 2030 è sulla buona strada per essere conseguito. Il 21% mostra progressi moderati, il 32% avanzamenti marginali, mentre il 17% è fermo e il 15% addirittura in regressione.

A pesare sono conflitti, crisi climatica, tensioni geopolitiche e indebolimento della cooperazione internazionale. Nel 2025, secondo i dati riportati dall’ASviS, gli aiuti allo sviluppo sono diminuiti del 23,1%, mentre la spesa militare mondiale ha raggiunto il record di 2.900 miliardi di dollari.

Le ricadute sul turismo

Il rapporto rappresenta un campanello d’allarme anche per il turismo italiano, settore strettamente legato alla qualità ambientale, alla sicurezza dei territori e alla sostenibilità delle destinazioni.

Il dato sul rischio idrogeologico, che interessa il 94,5% dei Comuni, evidenzia la vulnerabilità del territorio nazionale e la necessità di investire in prevenzione e adattamento climatico, anche a tutela delle infrastrutture e delle attività turistiche.

Allo stesso tempo, i ritardi nella gestione delle risorse idriche, nella salvaguardia degli ecosistemi e nello sviluppo di città sostenibili pongono interrogativi sulla capacità delle destinazioni di affrontare gli effetti del cambiamento climatico e di conciliare la crescita dei flussi con la qualità della vita delle comunità residenti.

Il rapporto non contiene soltanto una fotografia dei ritardi, ma anche un programma di interventi da realizzare subito e nella prossima legislatura. Tra le priorità indicate dall’ASviS figurano il contrasto alla povertà, la competitività del sistema produttivo, la transizione ecologica e digitale e una maggiore integrazione della sostenibilità nelle politiche pubbliche.

«Ogni ulteriore rinvio aumenta i costi sociali, economici e ambientali, soprattutto per i più deboli», ha avvertito Marcella Mallen, presidente dell’ASviS.

Un richiamo che riguarda anche l’industria turistica: la sostenibilità non è soltanto una questione ambientale, ma una condizione sempre più importante per il benessere delle persone e la competitività delle destinazioni.

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