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Blue economy, un affare da 225 miliardi

Mare Italia da adobe

Chi dice mare dice ricchezza, non solo ambientale. La cosiddetta blue economy in Italia genera un valore aggiunto diretto di quasi 79 miliardi di euro, che vola a 225 miliardi di euro – pari all’11,4% del Pil nazionale – se si considera l’indotto attivato, quindi attività crocieristiche, portuali, ricettive e ricreative. È la stima contenuta nel Rapporto Nazionale sull’Economia del mare a cura di OsserMare-Centro Studi Tagliacarne-Unioncamere, presentato nel recente Blue Forum 2026 promosso dal Mimit.

Tra i settori trainanti dell’economia del mare, infatti, primeggiano le filiere dell’ittica, della cantieristica, degli alloggi e ristorazione, della movimentazione merci e passeggeri. Nell’ultima edizione del rapporto viene anche evidenziato il valore effettivo del “capitale umano”: nelle oltre 253mila imprese che operano nella blue economy sono stati rilevati 1,1 milioni di occupati diretti.

Ed è stato calcolato che ogni euro prodotto direttamente dalla economia del mare ne attiva altri 1,8 nel resto dell’economia, grazie agli effetti su industria, servizi, turismo, logistica, cantieristica, commercio e altre filiere collegate. E l’incremento occupazionale nel 2025 si è attestato sul +4,2% rispetto al 2024, un valore quasi triplo rispetto alla crescita media nazionale.

Secondo il direttore generale del Centro Studi Tagliacarne, Gaetano Fausto Esposito, il dinamismo recente dell’economia del mare è sempre più legato alla crescita delle regioni meridionali, che producono ormai un terzo della blue economy nazionale, una quota significativamente superiore al loro peso sull’economia complessiva del Paese.

Ora però, secondo gli analisti del rapporto, sono ritenuti prioritari investimenti in infrastrutture portuali, logistica integrata, innovazione tecnologica, transizione ecologica, formazione e digitalizzazione delle filiere marittime.

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