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Covid, tutta colpa del turismo? Anche no

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L’ingenua percezione che il peggio lo avessimo toccato con il lockdown è stata smentita, non tanto dai numeri dei contagi di agosto (alti, per carità), ma dai titoli dei giornali. Quella che è andata in scena quest’estate, a mezzo stampa, è stata una vera e proprio demonizzazione del viaggio e dei viaggiatori. Se da un lato i media urlavano alla crisi del turismo, dall’altro sdoganavano la seguente equivalenza: vacanze uguale Covid.

Prendiamo ad esempio il 22 agosto. Larepubblica.it apriva così la sua homepage: “Nel Lazio 215 casi oggi, la maggior parte al rientro dalle vacanze”. Titolo successivo sul governatore caterpillar Vincenzo De Luca che, come conseguenza del movimento turistico, minacciava di chiudere la Campania. E subito dopo il terrorizzante reportage sul “vulcano Eolie, magma di assembramenti e movida che rischia di esplodere”. Per arrivare poi alla nuova isola-focolaio, a cui il giornale diretto da Maurizio Molinari dedicava l’indomani addirittura la prima pagina – “Virus, la Sardegna spaventa” – mandando su tutte le furie i sardi, pronti a difendere la tesi del Covid d’importazione.

Ora, mentre scriviamo, il numero di persone infettate in Italia è a quota 953 (ieri 1.210), con la Lombardia in testa seguita da Lazio, Veneto, Campania ed Emilia Romagna. Di questi la gran parte, rivelano i dati, sarebbero collegati ai rientri dalle ferie di agosto. Da qui la prima pagina di Repubblica del 24 agosto: “Nuovi contagiati, la metà si è ammalata in vacanza”, perché “il coronavirus – si legge – si sposta con i trolley e gli zaini”. Medesima scelta per il Corriere della Sera che, seppur con toni meno concitati, titola così: “Contagi, preoccupano i rientri”. È dunque tutta colpa del turismo se il Covid prolifera ancora? Non è detto affatto. Va tenuto presente, infatti, che la gran parte dei tamponati ad oggi sono i vacanzieri stessi, in particolar modo quelli provenienti dai Paesi considerati a rischio (Grecia, Spagna, Croazia, Malta), per cui dal 12 agosto il ministero della Salute ha imposto l’obbligo di sottoporsi al test.

Sotto controllo anche chi è di ritorno dalla Sardegna e i passeggeri all’imbarco delle nuove crociere covid free di Msc. Il campione è ristretto ed è un errore grossolano puntare il dito contro i viaggiatori, visto che non sappiamo se altrove – nei mercati, nelle piazze, davanti al Cup di un qualsiasi ospedale, tra i tavoli dei ristoranti – il virus circoli più o meno che negli aeroporti.

Viaggiatori sbattuti in prima pagina come il mostro del film di Bellocchio. Viaggiatori, per lo più giovani, colpevoli di aver fatto ciò che nessuna legge fino a quel momento gli aveva vietato: ballare in discoteca, ad esempio, prima del nuovo stop di Ferragosto imposto dal ministro Roberto Speranza.
Dove c’è turismo, c’è Covid. È l’assioma che ha accompagnato queste settimane in cui l’industria dei viaggi avrebbe dovuto, potuto, riprendere fiato. E invece no, quello che si profila all’orizzonte è un periodo ancora più buio della scorsa primavera quando si aveva almeno la fantasia di “viaggiare dal divano”, nell’illusione di voltare presto pagina.

Gli incentivi statali, seppur rimpolpati dal decreto agosto, continueranno a essere solo una magra consolazione: non salveranno talune aziende dal fallimento. E il mondo globale, come lo conoscevamo, non tornerà a essere tale finché un vaccino non sarà trovato. O forse finché non impareremo a convivere con il virus, nel rispetto delle regole, sì, ma senza troppo pathos. Perché una cosa oramai è certa: dove c’è vita, c’è Covid. E l’alternativa alla vita è la morte. Sociale, spirituale, prima che fisica.

Bernard-Henry Lévy, nel suo saggio “Il virus che rende folli”, analizza la pandemia e le sue conseguenze sul pianeta. “I calcoli dovevamo farli – scrive – Era necessario fare il conto, per quanto possibile, delle vite che si salvavano e quelle che si mettevano a rischio fermando il mondo”.
L’errore a mio parere è stato commesso. E le conseguenze, almeno per ora, sono irrimediabili.

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