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Perché Uber potrebbe battere le Ota

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Uber ha un vantaggio nel settore dei viaggi rispetto a concorrenti come Expedia, Booking, Airbnb e la nuova arrivata OpenAi. Ne è convinto l’amministratore delegato Dara Khosrowshahi.

«Uber è già molto utilizzato dai viaggiatori di tutto il mondo. Operiamo in oltre 70 Paesi», ha dichiarato Khosrowshahi, al podcast Decoder. «Spesso, qual è la prima cosa che si fa quando si arriva in aeroporto in una città diversa dalla propria? Si apre l’app di Uber», ha detto.

Oltre 100 milioni di utenti prenotano corse da e per gli aeroporti ogni anno, con 1,5 miliardi di viaggi all’anno al di fuori delle città di residenza degli utenti. «È un pubblico perfetto per iniziare a sviluppare l’offerta di viaggi», ha affermato. Uber ha già aggiunto nuovi servizi per i suoi clienti, come quelli per le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, la prenotazione di una barca per il Mediterraneo o i safari in Kenya.

In base a un accordo siglato la scorsa settimana, gli utenti potranno prenotare degli alloggi presenti su Expedia direttamente nell’app di Uber. Un numero limitato di hotel è già incluso, e sono previste anche le case vacanza del marchio gemello Vrbo.

COSA CI DICE QUESTO ACCORDO

Dietro questa integrazione c’è una visione più ampia, potenzialmente rilevante per tutta l’industria travel. Secondo Khosrowshahi, in passato ceo di Expedia, molti player sono forti nella fase di prenotazione, ma tendono ad avere un ruolo più limitato dopo che la transazione è avvenuta. Una volta prenotato il viaggio, l’interazione con l’Ota si riduce spesso all’assistenza clienti, alla gestione di modifiche o problemi, o a ulteriori opportunità di cross-selling.

Uber parte da un presupposto diverso: la sua relazione con il viaggiatore non finisce al momento del pagamento. Al contrario, spesso inizia proprio quando il viaggio diventa fisico.

Il trasferimento verso l’aeroporto, la corsa dall’aeroporto all’hotel, gli spostamenti in città, il food delivery, la mobilità locale, la logistica dell’ultimo miglio: Uber è già presente in molti dei momenti operativi che definiscono la qualità percepita di un viaggio. In questa prospettiva, l’hotel non è solo un nuovo prodotto da vendere dentro l’app, ma un nodo aggiuntivo di un ecosistema più ampio.

COSA VUOLE UBER

Uber non sta necessariamente tentando di diventare “un’altra Ota” nel senso classico del termine. Sta testando una posizione diversa: quella di piattaforma di servizio durante il viaggio.

La distinzione è cruciale. Le Ota hanno costruito il proprio potere aggregando offerta, comparando prezzi e semplificando la prenotazione. Uber, invece, potrebbe costruire valore orchestrando servizi contestuali attorno al soggiorno. Non solo «prenota il tuo hotel», ma «ti porto lì, ti aiuto a muoverti, ti consegno ciò che ti serve, anticipo i bisogni logistici del tuo viaggio».

Questo approccio apre un fronte competitivo diverso anche rispetto a Google, OpenAi e agli assistenti Ai generativi. Khosrowshahi ha sottolineato che il mondo dei servizi fisici è probabilistico, imperfetto, operativo: gli autisti cancellano, il traffico cambia, una consegna ritarda, una strada viene chiusa, un cliente modifica programma all’ultimo minuto. È un mondo in cui non basta consigliare, bisogna eseguire.

LA COOPETITION

In altre parole, il travel del futuro potrebbe non essere dominato soltanto da chi dispone della migliore interfaccia o del miglior motore di ricerca, ma da chi riesce a collegare consigli, prenotazione ed esecuzione sul territorio.

Il concetto evocato da Khosrowshahi è quello di “coopetition”: collaborazione e competizione allo stesso tempo. Expedia può essere partner tecnologico e, potenzialmente, concorrente sul cliente finale. Gli hotel possono preferire la prenotazione diretta, ma usare Uber come canale incrementale. Le piattaforme possono competere per la relazione con il viaggiatore, pur integrandosi tra loro per servire meglio la domanda.

È una dinamica già vista in altri settori, ma nel travel assume una particolare intensità perché il viaggio è, per definizione, una sequenza di servizi frammentati. Voli, hotel, transfer, ristorazione, attività, mobilità urbana, pagamenti, assistenza: ogni player tende a controllare solo una parte della catena. Il vantaggio competitivo potrebbe andare a chi riesce a ridurre l’attrito tra questi passaggi.

Resta da capire se Uber abbia davvero la capacità, e l’interesse, di scalare nel travel, andando anche oltre gli hotel. La partnership con Expedia suggerisce prudenza: anziché costruire da zero un’infrastruttura alberghiera, Uber si appoggia a un operatore consolidato. È una scelta pragmatica, coerente con un modello asset-light e con la volontà di testare la domanda senza trasformarsi immediatamente in una Ota completa.

Uber vede il travel non come categoria separata, bensì come estensione naturale della mobilità e dei servizi locali. Per Expedia e gli altri grandi player della distribuzione, la sfida non arriva necessariamente da qualcuno che replica il loro modello. Arriva da qualcuno che entra da un’altra porta: non dal motore di ricerca, ma dal viaggio in corso; non dalla comparazione tariffaria, ma dal bisogno immediato; non dalla pagina di prenotazione, ma dall’esperienza reale.

Per anni, il travel digitale ha ottimizzato il momento della prenotazione. La prossima fase potrebbe riguardare tutto ciò che accade dopo.

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