Eruzione Indonesia, storia del medico italiano bloccato con la famiglia a Giacarta
Dell’Anak Krakatoa non arrivano neppure i bagliori. Piantato tra l’isola di Sumatra e quella di Giava, il vulcano è distante 150 km da Giacarta, ma fa paura eccome. Soprattutto perché, come ripete più volte durante la telefonata il dottor Adriano Santorelli, «sono con due bambine di 7 e 9 anni, oltre a mia moglie».
Quando lo chiamo da Roma non sono ancora le 16, appena due squilli e il medico mi risponde da Giacarta, dove le lancette sono cinque ora avanti per il fuso orario. 47 anni, specialista in chirurgia plastica, Santorelli si trovava in Indonesia per un convegno internazionale della branca: «Ero uno dei due italiani invitati. Un bel momento, umano e professionale. Saremmo dovuti rientrare domenica, ma in un amen siamo passati dalle stelle alle stalle».
Già, l’Anak Krakatoa – che si è risvegliato il 29 agosto dopo quattro anni – non ha fatto sconti alla felicità. «Per fortuna stiamo bene – spiega Santorelli – ma non possiamo uscire dall’hotel per le ceneri del vulcano, spinte qui dal vento. Così siamo chiusi in stanza e non sappiamo cosa fare, senza sapere quando riapre Soekarno Hatta, l’aeroporto di Giacarta, un hub mostruoso dove regna il delirio: l’eruzione del vulcano ha creato il caos, lasciando a terra 250.000 persone. Davvero una situazione paradossale».
Risultato: molte compagnie hanno cancellato i voli, turisti disorientati, hotel al collasso. L’alternativa? «Semarang come scalo per raggiungere Singapore o Kuala Lumpur, ma è una parola – confessa Santorelli – Oppure affidarsi a “viaggi della speranza” di 12 ore in pullman per trovare un aereo a Surabaya per Bali».
E allora che si fa? «Ho chiamato l’Ambasciata italiana. Gentilissimi, per carità. Ci hanno chiesto di cosa avessimo bisogno, ma non riescono ad aiutarci in modo concreto. Ecco, me lo lasci dire: vorrei che qualcuno oggi mi desse una pacca sulla spalla».
Ne hanno bisogno soprattutto le bambine, che «sono spaventate e vogliono tornare a casa».
Latita pure l’informazione, ma c’è un perché: «In Italia finora si è parlato dell’eruzione del vulcano, il fatto è che qui siamo cinque ore avanti e le nostre agenzie sono in ritardo. Insomma, da noi non c’è l’idea della dimensione della baraonda in cui è precipitata l’Indonesia».
Possibile non ci sia un motivo di conforto? E qui spunta la pagina più bella di una storia da dimenticare: «I colleghi indonesiani mi stanno dando una grossa mano, non potrò mai dimenticarlo».
Ora però il pensiero è fisso e non potrebbe essere diversamente: «Vogliamo solo tornare in Italia: ma come?».
La situazione in Indonesia
Dal particolare al generale: nonostante l’attenuarsi dell’eruzione vulcanica – riporta l’Associated Press – diversi aeroporti indonesiani restano chiusi: quasi 3.000 i voli cancellati a causa della cenere trasportata dal vento verso le zone occidentali del Paese.
Il ministro dei Trasporti, Dudy Purwagandhi, ha diramato una nota: «Vogliamo assicurarci che la cenere vulcanica si sia allontanata dagli aeroporti situati nei pressi dell’Anak Krakatau. Le attività non riprenderanno finché non saranno state completate ulteriori valutazioni».
La chiusura prolungata – ha spiegato ancora Purwagandhi – consentirebbe inoltre agli operatori aeroportuali e alle compagnie aeree di ispezionare e pulire piste, vie di rullaggio, piazzali di sosta e aeromobili che potrebbero essere stati esposti alla cenere vulcanica.
Il governo, nel frattempo, ha autorizzato le scuole delle aree coinvolte a passare provvisoriamente alla didattica online per ridurre l’esposizione degli studenti alla cenere stessa.
L’Indonesia conta oltre 120 vulcani attivi ed è spesso soggetta a eruzioni a causa della sua posizione lungo la “Cintura di fuoco” del Pacifico, l’arco di faglie sismiche che circonda l’Oceano e dove si concentra la maggior parte dell’attività sismica mondiale.
Giornalista professionista, innamorato del suo lavoro, appassionato di Storia, Lettura, Cinema, Sport, Turismo e Viaggi. Inviato ai Giochi di Atene 2004
Guarda altri articoli

