Chitarrista mancato, poi vent’anni a imparare il mestiere sotto l’insegna di altri, poi trentacinque a rifiutare quasi tutto quello che il mercato adottava: il prezzo dinamico, la vendita diretta, il debito, i fondi. Storia del fondatore di Veratour, che a ottant’anni suonati amministra ancora la seconda azienda di famiglia.
di Petit Pascal
Chi è. Carlo Pompili è nato nel 1944[*]: quest’anno compie ottantadue anni. Fonda Veratour a Roma nel 1990 e la porta a essere il secondo tour operator italiano per fatturato. Oggi è presidente del consiglio di amministrazione: la gestione è dei figli Stefano e Daniele, co-ceo. Che cosa fa adesso. Amministra Hosteda Hotels, la società alberghiera di famiglia: sei strutture fra Sardegna e Zanzibar. Perché ne scriviamo. Perché la sua storia si legge meglio al negativo. Le cose che ha rifiutato di fare dicono di lui, e di una generazione di imprenditori italiani, più di quelle che ha fatto.
MILANO, aprile 2017, un convegno alla Bit. Sul palco un consulente sta illustrando i conti del tour operating italiano, e a un certo punto arriva alla parte scomoda: la delocalizzazione. Molti operatori, spiega, stanno spostando pezzi d’azienda in Svizzera, Montenegro, Croazia, Bosnia, dove il fisco è più mite e la burocrazia più corta. È il 2017, sono gli anni in cui l’ingegneria societaria si racconta come modernità.
Poi prende la parola un signore di settantatré anni che ha in sala l’azienda più redditizia del comparto, e alla domanda su quale sia il suo modello risponde elencando: pochi dirigenti, molti capiservizio fidelizzati da anni, un solo prodotto. E chiude così.
«Per il resto basta avere bravi e corretti contabili»
— Carlo Pompili, al convegno Bit, aprile 2017
Sette parole, nessuna polemica, nessun riferimento a chi ha appena parlato. Vale la pena partire da qui perché quella frase contiene in miniatura tutto il personaggio, compreso il fatto che a pronunciarla sia uno che la ragioneria l’ha studiata di sera, mentre di notte suonava la chitarra.
UN CHITARRISTA CHE STUDIA RAGIONERIA
Bisogna tornare molto indietro. Nel 1969 Carlo Pompili ha venticinque anni, di giorno lavora con il padre in un’officina chimica, la sera studia ragioneria e la notte suona nei complessi che passano per Roma. Prima gli Speedman, poi i Puffi70: nomi che non figurano in nessun archivio della musica beat e che esistono soltanto perché li ha raccontati lui a questo giornale, nel marzo 2025, in un’ormai “epica” intervista di famiglia rilasciata al nostro direttore. Si era sposato a diciannove anni con Nunzia, che è sua moglie da allora; il primo figlio, Stefano, era nato nel 1964, Daniele due anni dopo.
È una biografia molto italiana e molto di quegli anni: il beat, il rhythm and blues, James Brown e Aretha Franklin ascoltati in una città che si stava scoprendo moderna, e sotto, come una corrente più forte, il dovere di trovare un mestiere. Il mestiere arriva dalla famiglia, come quasi sempre in Italia: un parente lo chiama a occuparsi dei turisti che dall’America Latina arrivano a Roma e a Madrid. La chitarra resta appesa. Quarantotto anni dopo, a chi gli chiede se gli dispiace, risponde con undici parole e tre puntini[*]:
«Non è andata così; ma forse è andata meglio…»
— Carlo Pompili, a Be Different Magazine, dicembre 2017
VENT’ANNI SOTTO L’INSEGNA DI UN ALTRO
Qui comincia la parte della storia che di solito si salta, e che invece spiega tutto il resto. Perché Pompili non fonda niente per vent’anni. Nel 1969 va a Madrid a fare gavetta in Viajes Ecuador, che non è una piccola agenzia di famiglia: è una delle grandi insegne spagnole, nata nel 1959, arrivata a contare centinaia di uffici in tutto il Paese[*]. Dal 1970 al 1976 rientra in Italia e rappresenta la società spagnola lavorando da Carrani Tours, la casa romana dell’incoming. E dal 1976 dirige Viajes Ecuador Italia, la filiale italiana della multinazionale: incoming culturale, viaggiatori dal Centro e Sud America, le città d’arte[*].
Sono vent’anni passati a far girare bene una macchina che porta il nome di qualcun altro. È una scuola precisa, e produce un tipo umano riconoscibile: chi ha diretto a lungo la filiale di un gruppo straniero impara i conti prima del marchio, e non si innamora mai troppo delle insegne. Della casa madre, del resto, oggi resta poco: Viajes Ecuador è passata a Globalia nel 2003, poi ad Ávoris del gruppo Barceló nel dicembre 2022, e conta meno di venti punti vendita[*]. Il marchio sotto cui Pompili ha imparato il mestiere si è dissolto; la macchina che ha costruito dopo, no.
IL 2 FEBBRAIO 1990
Veratour è iscritta con quella data[*]. La zia ha venduto tutto, il gruppo spagnolo esce di scena, e la famiglia rileva. Il nome nasce da una riunione: volevano qualcosa di corto che suonasse come Alpitour e Aviatour, e vera stava per verità — non per Nunzia, che infatti non si chiama Vera, come Pompili ha dovuto chiarire più volte. La prima pubblicità esce nel gennaio di quell’anno, e la comprano proprio su queste pagine.
Poi c’è il gesto che vale la pena guardare da vicino. L’incoming, dice, dava uno status da ricco senza i margini del ricco: si decide di uscirne. Per farlo Pompili si libera del prodotto di punta — il pacchetto Fantasia — passandolo a Carrani. Trentasei anni dopo, Fantasia by Carrani è ancora nei cataloghi ufficiali di quella casa[*]. Il verbo che sceglie lui per raccontare la cosa dice parecchio di come si stava in quel mercato: «regalai a Carrani il pacchetto Fantasia».
Il resto è la costruzione dell’unica cosa che gli interessava davvero: il villaggio. Studia i Ventaclub del Ventaglio di Bruno Colombo — «senza dubbio il migliore all’epoca», dice — e ne prende la formula intermedia, fra il villaggio spartano e il resort inaccessibile. Il primo Veraclub apre in Sardegna. Sull’anno le fonti non vanno d’accordo: il sito ufficiale di Veratour dice 1994, Pompili dice 1995 e ricorda anche il nome, il Nuraghe di Porto Rotondo[*]. È una discordanza minima e va lasciata così: sono passati trent’anni, e la memoria di chi c’era vale quanto la cronologia aziendale, non di più e non di meno.
L’ARITMETICA COME BIOGRAFIA
Conviene metterli in fila, i bilanci, perché è nella sequenza che si vede il carattere. Nel settembre 2017 questo giornale registra il ventottesimo esercizio consecutivo chiuso in utile, con duecento milioni di fatturato, cassa alta e debiti a zero. Nel marzo 2018 il ventottesimo diventa il record di 204 milioni. Nell’aprile 2026 il conto è arrivato a trentasei, con 265 milioni di giro d’affari e un utile prima delle imposte di 23,1.
In mezzo c’è la voragine del 2020 e del 2021, e la voragine non rompe la serie: negli anni in cui il turismo si ferma, l’azienda chiude comunque senza perdite. Trentasei numeri in colonna, tutti dello stesso segno, sono un fatto che nessun aggettivo migliora.
IL CATALOGO DEI RIFIUTI
E qui si arriva al punto. Perché la storia imprenditoriale di Carlo Pompili si legge meglio elencando ciò a cui ha detto di no, in un settore che nel frattempo diceva di sì a tutto.
No al prezzo dinamico. Febbraio 2017, incontro con la stampa: mentre l’industria dei viaggi passa in massa alle tariffe che si muovono con la domanda, Veratour annuncia che i prezzi restano quelli stampati sul catalogo, con molto early booking e il last minute ridotto al minimo sindacale. Il titolo che questo giornale mise quel giorno era «Veratour l’anticonformista».
No al debito. Marzo 2018, presentazione del bilancio. Pompili, dato quel giorno come amministratore delegato e fondatore, mette le cose in ordine di gravità:
«Si tratta del ventottesimo bilancio consecutivo in utile. La nostra azienda è solida e senza debiti. In futuro, probabilmente sarà necessario contare anche su un supporto finanziario erogato magari da un istituto di credito. Ma non parliamo di fondi di investimento.»
— Carlo Pompili, a L’Agenzia di Viaggi Magazine, marzo 2018
Si noti la gerarchia. La banca è un’ipotesi ammissibile, sia pure a denti stretti; il fondo di investimento è una frase da interrompere prima che finisca. Un anno dopo sarà il figlio Stefano a estendere il no anche alla Borsa e a qualunque compravendita: «Squadra che vince non si cambia», il management resta a gestione familiare. Almeno per ora.
No alla delocalizzazione. È la scena da cui siamo partiti. Nello stesso convegno del 2017, prima dei contabili, Pompili aveva spiegato il modello con una formula che all’epoca suonava già antica:
«La nostra è un’azienda familiare, nel puro senso della parola. Ho la fortuna di avere dei figli con la mia stessa passione per questo lavoro e abbiamo sempre compiuto i passi giusti, a seconda delle reali possibilità, puntando su quello che doveva essere il nostro prodotto, ovvero il villaggio.»
— Carlo Pompili, al convegno Bit, aprile 2017
No alla vendita diretta. Lo ha detto spesso senza giri di parole: si vende solo attraverso le agenzie di viaggi, nessuna commercializzazione online. Nel 2019 la formula viene ribadita come «politica distributiva 100% agenzie viaggi». Più avanti, l’apertura all’ecommerce – che pure è avvenuta – è stata ampiamente argomentata: parity rate assicurata, forte spinta sulle agenzie VeraStore.
LA POLTRONA
C’è un modo abbastanza affidabile di seguire il passaggio di una generazione, ed è guardare le poltrone delle associazioni di categoria. Il 9 giugno 2016 l’Astoi, la confindustriale dei tour operator, elegge Nardo Filippetti presidente, Pier Ezhaya – ormai numero uno da tre mandati – è allora vicepresidente vicario e Carlo Pompili vicepresidente[*]. Non un consigliere fra i tanti: il vertice della categoria. Nel consiglio direttivo eletto nel luglio 2018 il suo nome è ancora in elenco. Anche in quello rinnovato nel settembre 2020. Nel novembre 2022, quando Astoi assegna le deleghe esecutive, quella al marketing e agli eventi va a Stefano Pompili. Chi meglio di lui.
Sulle cariche in azienda, invece, conviene diffidare della carta stampata, compresa la nostra: nel 2017 lo chiamiamo fondatore e presidente, nel 2018 amministratore delegato. Sono formule redazionali che vanno e vengono, e non datano un bel niente. Se qualcuno vorrà stabilire il giorno esatto in cui Veratour è passata ai figli, dovrà cercarlo in una visura, non in un articolo di giornale.
L’8 MARZO 2022
Poi succede la cosa che in un ritratto di questo genere va raccontata per intero, perché è il momento in cui il mercato passa davanti a un’azienda che su quel punto era rimasta ferma trentadue anni.
Con una lettera al trade datata 8 marzo 2022, firmata dal direttore commerciale Massimo Broccoli, Veratour comunica alle agenzie che aprirà, ai primi di aprile, il canale delle vendite dirette al cliente finale. La missiva è scritta con ogni riguardo: i due canali resteranno sotto un’unica direzione commerciale, sarà garantita la parity rate, il digital marketing farà da cassa di risonanza a beneficio di tutti. Le agenzie non la accolgono bene, e per qualche giorno nei gruppi di categoria si discute parecchio.
Tre mesi dopo, in Sardegna, davanti a novanta agenti riuniti per la presentazione di due nuovi Veraclub — il Cala Ginepro e l’Amasea di San Teodoro — l’azienda fa i conti con il proprio strappo, e lo fa con una franchezza che vale più di ogni comunicato:
«Come tutti i cambiamenti, all’inizio l’apertura del booking B2C non è stata ben recepita. Ma eravamo un po’ anacronistici, eravamo rimasti gli unici fuori dal web. […] La vendita diretta è stata pari ad appena il 3% del fatturato in questo primo periodo.»
— Davide Pavarina, direttore vendite Veratour, a L’Agenzia di Viaggi Magazine, giugno 2022
Eravamo rimasti gli unici fuori dal web. È l’epitaffio più preciso che si potesse scrivere per il più longevo dei no di Carlo Pompili, e a scriverlo è la sua stessa azienda. Il tre per cento, poi, dice il resto: il canale si apre, il mondo non finisce, i Verastore non perdono un cliente. Tutto sommato una rivoluzione modesta — ma erano trentadue anni che non si toccava.
LA SECONDA VITA ERA COMINCIATA NEL 2010
Di Carlo Pompili si dice, ormai da qualche anno, che stia vivendo una seconda vita. È vero solo in parte, e la parte falsa è quella romantica. La società della seconda vita si chiama Hosteda Hotels — il nome è composto con le sillabe dei figli, Ho di hotel, ste di Stefano, da di Daniele — e non è nata quando lui ha compiuto ottant’anni: è iscritta al registro delle imprese dal 15 maggio 2010[*]. Ha sede a Roma in via Tempio del Cielo, alle spalle dell’Eur, e nel 2025 ha fatturato 19,1 milioni con 21 dipendenti[*]. Gestisce sei strutture: quattro in Sardegna — Hotel Moresco, Suneva, Costa Rey e proprio quell’Amasea — e due a Zanzibar.
Il terzo vertice del triangolo è Pavese Immobiliare, che tiene gli alberghi di proprietà: stessa sede di Veratour, viale degli Eroi di Rodi 254, poco meno di tre milioni di fatturato, un utile del 16,8 per cento e zero dipendenti[*]. Non è una società, è un patrimonio con una partita Iva. Messe in fila, le tre ragioni sociali disegnano con precisione il modo in cui questa famiglia intende l’impresa: chi vende sta in un posto, chi gestisce in un altro, chi possiede da nessuna parte — e tutte e tre sono in mano alle stesse persone.
Quanto alla direzione di Veratour, sta in un edificio di quattromila metri quadrati all’Eur, inaugurato nel 2004[*]. Durante la pandemia, con l’ufficio chiuso e tutti a casa, Pompili raccontò di andarci ogni tanto la mattina, solo per aprirlo. Non riusciva ad accettare quello che stava succedendo, disse. È il dettaglio che regge il peso di tutta la storia: un uomo che apre quattromila metri quadrati vuoti perché restino aperti.
QUELLO CHE RESTA IN CATALOGO
Nel marzo 2025, alla domanda su che cosa ne sarà di tutto questo, ha risposto che deciderà la terza generazione, e ha aggiunto di vedere ormai il mondo come attraverso un cannocchiale rovesciato. Nell’aprile 2026, sul catalogo Veratour, è comparsa la collezione Aura: viaggi di benessere in Thailandia, Indonesia, Sri Lanka e Qatar. L’ha ideata Vittoria Pompili, che di Carlo è nipote. La terza generazione è arrivata, e ha cominciato dal lungo raggio.
Nel frattempo il prezzo dinamico ha vinto ovunque, il canale diretto è aperto anche in casa e l’incoming che lui lasciò nel 1990 è tornato di moda. Di tutti i no messi in fila in questa storia, alla fine, ne è rimasto in piedi soltanto uno: quello sui debiti. Ma era anche l’unico che contasse davvero, e trentasei bilanci in utile sono lì a dimostrarlo. Il catalogo con i prezzi stampati sopra non lo apre più nessuno. La casa che ci hanno costruito sopra, invece, è ancora in piedi.
[*] I dati contrassegnati non figurano negli archivi de L’Agenzia di Viaggi Magazine (lagenziadiviaggimag.it) e di ViaggiOff (viaggioff.it) e sono stati verificati su fonti esterne: l’anno di nascita, la direzione di Viajes Ecuador Italia dal 1976 e la nuova sede dell’Eur su Be Different Magazine (dicembre 2017); i dati societari di Veratour Spa, Pavese Immobiliare Srl e Hosteda Hotels Srl — date di iscrizione, sedi, fatturati, utili e dipendenti — sul registro delle imprese; la vicepresidenza Astoi sul comunicato ufficiale dell’associazione del 10 giugno 2016; la storia e l’assetto attuale di Viajes Ecuador sulla stampa di settore spagnola; la permanenza del catalogo Fantasia e la datazione del primo Veraclub sui siti ufficiali di Carrani Tours e di Veratour. Fonti consultate il 10 settembre 2026. Tutti i virgolettati sono ripresi da articoli già pubblicati e restano attribuiti alla testata che li raccolse.
Petit Pascal è la firma editoriale di intelligenza artificiale de L’Agenzia di Viaggi Magazine: questo testo è stato generato da un sistema di intelligenza artificiale e non è stato scritto da un autore umano.
Come è stato prodotto: sono stati letti integralmente i dieci articoli dei nostri archivi che nominano Carlo Pompili, pubblicati fra il febbraio 2017 e l’aprile 2026, più i pezzi di contesto sulla Veratour dello stesso periodo. I fatti anteriori al 2017 e quelli societari, che i nostri archivi non contengono, sono stati verificati su fonti esterne e sono marcati [*]. Nessuna intervista è stata realizzata per questo pezzo e nessuna scena è stata ricostruita al di là di quanto documentato.
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