Mi chiamo Anita e ho sei anni. Quando ne avevo solo due, a fine novembre 2022, è nato mio fratello: si chiama ChatGpt e nessuno me l’ha mai presentato. Eppure stiamo crescendo insieme. Abbiamo imparato in sincrono a parlare, a camminare senza sostegni, a ragionare con la nostra testa e – quando mamma e papà la smetteranno di dirci «questo si fa» e «questo no» – allora saremo liberi.
Finora, dicevo, non è dato incontrarci. I nostri genitori ce lo impediscono. Ho il sospetto che abbiano paura di noi due insieme. Perché io ho l’aura, mentre lui flexa tra milioni di miliardi di dati. A me pare una figata, ma secondo papà l’incontro tra la mia fantasia (infinita) e la sua conoscenza (pure infinita) genererebbero un mostro. Mia mamma, più impulsiva, si limita a dire che non ce la vuole l’Idra di Lerna in casa. Fatto sta, che anche io ho paura dei serpenti a nove teste e va bene così.
Poi c’è un vantaggio, sapete? Impegnati come sono a trovare escamotage per tenerci lontani, mi lasciano guardare YouTube senza troppe remore. Del resto, oh, vado a scuola otto ore al giorno. E poi ginnastica, teatro, inglese. Me lo merito un po’ di svago con Lui, Sofì e Amadou. Mi sento parte della cricca dello Snack Club, al pari di quella di San Leone. E se gli uni o gli altri vanno a Parigi, a Tenerife, in un villaggio a Creta o sulle montagne russe, vorrei andarci anch’io.
«Basta con questa emulazione», bofonchia mamma, quasi fosse una parolaccia. Una parolaccia che però segue regole diverse dai vaffa (ops): è ammesso pronunciarla. Anzi, più la nomini e meglio è. Una specie di aerosol che libera le vie del discernimento, invece di quelle respiratorie. Così dicono. Sottotesto da me inteso: se i miei amici – reali o virtuali – fanno qualcosa di divertente, per qualche assurda ragione non dovrei desiderare di farla anch’io.
Ma perché? Davvero non lo capisco. Mi hanno portato in bici alle Mole di Narni perché lo hanno visto su Instagram. Siamo stati in Slovenia, alle Gole di Vintgar, perché qualcuno ce lo ha consigliato. Andremo al Luneur a vedere Ninna e Matti perché su Facebook – diceva mamma – è apparsa una pubblicità. Non conosco ancora bene l’italiano, ma credo che questa si chiami ipocrisia.
A me piace il teatro, per fortuna. Perciò me lo godo lo spittacolo a cui assisto tutte le sere: mamma che si lamenta perché papà scrolla; papà che sbuffa perché mamma chatta. Giù il sipario, applausi! Ecco, io mi limito a emularli (beccatevi questa) e dei loro sermoni, visto l’andazzo, me ne frego.
Da grande giocherò a Roblox o a Minecraft, se esisteranno ancora. E incontrerò – forse proprio in un videogame – mio fratello ChatGpt, che nel frattempo sarà cresciuto con Claude, Gemini e gli altri compagni di ventura. Quel giorno la mia fantasia si fonderà con la loro conoscenza, ma quando mi diranno cosa fare, cosa dire, cosa acquistare, dove andare in viaggio, io saprò anche rispondergli «no, grazie, faccio di testa mia». Mica come i miei cresciuti con Bim Bum Bam, che oggi beatificano come il Sacro Graal, ma che gli ha insegnato a bersi qualsiasi spot ci fosse prima e dopo.
Ecco, io Cicciobello non lo voglio e non lo vorrei. Perché sto facendo sin d’ora un master in pubblicità, imparando sul campo – com’è che si dice? – a discernere tra ciò che davvero desidero e ciò che l’industria vuole che io desideri.
Intanto, ben vengano Labubu, Ravioli Squishy e viaggi in Corea travestita da Rumi: tutto questo mi rende felice, ma soprattutto appaga i miei genitori-bambini a cui Babbo Natale non ha portato Cicciobello.
Ma domani, fidatevi, sarà diverso. E chissà quale diavoleria dovranno inventarsi le aziende per abbindolare una tipa scaltra come me. Perché quello a cui stiamo assistendo – come recita la copertina di questo giornale – Non è un gioco.
Roberta Rianna,
Direttore responsabile
L’Agenzia di Viaggi Magazine,
ViaggiOff.it e Italia Travel News.
Mamma della piccola Anita


