«Inevitabile». Usa proprio quest’aggettivo il presidente di Iata, Willie Walsh, riferendosi all’aumento delle tariffe aeree provocato dall’impennata del costo del carburante, frutto amaro della guerra nel Golfo. Così, in questo gioco di scatole cinesi tutt’altro che divertente, in cui sono rimaste intrappolate le compagnie, alla fine a pagare il conto (salato) è sempre l’ultimo attore della filiera: il passeggero.
Sì, ha ragione Walsh: siamo di fronte a una crisi «paragonabile a quella post 11 settembre». E non è una bella notizia.
L’IMPENNATA DEL CHEROSENE
Facciamo due conti con l’aiuto de L’Echo Touristique: dal giorno dell’attacco congiunto Usa-Israele all’Iran, il 28 febbraio, il prezzo di un barile di cherosene è raddoppiato: «Un aumento persino superiore a quello del petrolio greggio – spiega senza troppi fronzoli Walsh – Quest’anno le compagnie avevano previsto di destinare in media il 26% delle spese operative al carburante, basandosi su un costo di 88 dollari al barile di cherosene». Come non detto: giovedì scorso il prezzo si attestava sui 216 dollari.
E ancora: il margine di profitto medio dei vettori, pur vicino al record storico del 2017 (5%), attualmente è appena del 4%. «Non serve essere un genio per dedurre che i costi aggiuntivi che le aziende dovranno affrontare, qualora la crisi dovesse continuare, saranno di gran lunga superiori a quanto potranno assorbire», calcola il numero uno di Iata, rappresentante di 360 compagnie che detengono l’85% del traffico globale.
I FANTASMI DELL’11 SETTEMBRE
E qui torniamo al punto di partenza, all’aumento del costo dei biglietti che diventa, appunto, «inevitabile». Walsh non si tira indietro: «Lo stiamo già vedendo in alcuni mercati, in particolare negli Stati Uniti. E diverse compagnie europee hanno già annunciato i rincari delle tariffe sui voli a lungo raggio. Impasse totale per le tre big del Golfo – Emirates, Etihad e Qatar Airways – costrette a cancellare gran parte dei voli.
È uno scenario che riporta le lancette indietro di qualche anno, ma non al Covid – quando pure sono scomparsi dai radar quasi due terzi del volume di passeggeri nel 2020 – ma a un altro avvenimento epocale, osserva Walsh: «Lo paragonerei alle crisi che abbiamo vissuto dopo i tragici eventi dell’11 settembre, quando il traffico aereo transatlantico è crollato per diversi mesi prima di riprendersi».
In ogni caso, precisa il presidente di Iata, «la domanda di base rimane solida per i viaggi aerei, anche se l’aumento dei prezzi dei biglietti avrà delle conseguenze sul comportamento dei consumatori».
L’ultima annotazione è riservata alle prospettive di crescita delle compagnie nel 2026, che ovviamente saranno influenzate dall’escalation militare in Medio Oriente. Secondo Walsh, però, è ancora troppo presto per dire in quale misura.
Iata pubblica le sue previsioni finanziarie e sul traffico due volte l’anno, a giugno in occasione dell’assemblea generale annuale e a dicembre. A fine 2025 erano previsti 5,2 miliardi di viaggi aerei quest’anno, con un aumento di 200 milioni in 12 mesi. Inoltre, il fatturato complessivo delle compagnie avrebbe dovuto toccare i 1.053 miliardi di dollari (pari a circa 910 milioni di euro), con un incremento di 45 milioni rispetto al 2025.
VIETNAM AIRLINES: STOP PARZIALE AI VOLI
La carenza di jet fuel, intanto, ha obbligato alcune compagnie ad adottare decisioni drastiche per risparmiare carburante. Adesso è il turno di Vietnam Airlines, che “dal primo aprile sospenderà 23 voli settimanali su diverse rotte”, come ha annunciato in una nota l’autorità per l’aviazione civile del Paese.
Una decisione che arriva dopo quella della scandinava Sas, che ha annunciato la cancellazione di mille voli ad aprile, mentre United Airlines ridurrà la propria capacità e Air France-Klm potrebbe diminuire i collegamenti verso alcune zone dell’Asia.
“La limitata disponibilità di cherosene dovuta al conflitto in Medio Oriente – si legge ancora nel comunicato – espone le compagnie aeree nazionali al rischio di carenza di carburante. Tuttavia, i principali voli nazionali e le rotte internazionali vengono mantenuti. Le compagnie vietnamite stanno valutando la possibilità di introdurre supplementi di carburante sui voli internazionali a partire da aprile”.
Di recente il Vietnam ha chiesto assistenza per il carburante a diversi Paesi, tra cui Qatar, Kuwait, Algeria e Giappone. Lunedì il Paese ha firmato un accordo con la Russia sulla produzione di petrolio e gas.
Anche la compagnia nazionale del Myanmar ha annunciato la cancellazione di alcuni voli nazionali “a causa di circostanze inevitabili”, senza fornire ulteriori dettagli. E, nota bene, la costante è l’aggettivo, figlio della preoccupazione: “inevitabile”.

