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Il boomerang turistico America First

Financial crisis in the USA. America flag next to an accountant. Statue of Liberty as a symbol of the US travel industry. Graph shows stock quotes. Girl holds on to her head during search for losses_adobe

America First è un perfetto slogan politico interno. Non è, però, un biglietto da visita invitante. Mentre Donald Trump alza barriere, irrigidisce i messaggi verso l’estero e riporta la geopolitica al centro della scena, gli Stati Uniti diventano più difficili da vendere come destinazione, e più costosi. Il calo dell’inbound, la frenata di alcuni bacini strategici e l’impennata dei costi del carburante per gli aerei, dopo gli attacchi contro l’Iran, mostrano un problema di competitività.

SOGNO AMERICANO INFRANTO

Il fronte più esposto resta quello relativo ai flussi in entrata. Gli Stati Uniti hanno chiuso il 2025 con un calo del 5,5% dei visitatori stranieri, in netta controtendenza rispetto a un turismo mondiale che invece ha continuato a crescere. Le previsioni per il 2026 indicano un recupero, ma modesto, e comunque insufficiente a colmare il divario accumulato rispetto ad altri grandi mercati.

Secondo Oxford Economics, la crescita dell’inbound, quest’anno, dovrebbe infatti fermarsi al 3,9%. E dire che doveva prospettarsi un anno eccezionale, ricco di grandi eventi: la Coppa del Mondo di calcio maschile, il centenario della Route 66, i 250 anni dell’indipendenza degli Stati Uniti.

Secondo U.S. Travel, gli arrivi overseas sono tornati lievemente in territorio positivo a febbraio (+0,8%), dopo nove cali mensili consecutivi. I Mondiali porteranno un po’ d’entusiasmo. Mancherà, però, la nazionale italiana: una brutta notizia anche per il turismo inbound statunitense, dato che l’ultimo rendiconto di Mco Report parla di una perdita di spesa turistica diretta negli Stati Uniti tra i 240 e i 300 milioni di dollari, visto che era stimato l’arrivo di 120.000-150.000 tifosi italiani, a cui si sarebbero aggiunti l’indotto locale e il coinvolgimento dei 17,7 milioni di statunitensi che dichiarano origini italiane. Con tutto il rispetto, con la Bosnia ci saranno altri numeri.

IL COSTO REPUTAZIONALE

A pesare sul rallentamento degli Stati Uniti non sono solo i costi. È soprattutto la percezione di accessibilità e accoglienza della destinazione Usa. Le frizioni commerciali e politiche con il Canada hanno già prodotto un contraccolpo concreto: nel 2025, gli arrivi dal Paese confinante sono crollati del 22%, per una perdita stimata in 4,5 miliardi di dollari. Nel 2026, però, il problema non si limita più al Canada.

L’amministrazione Trump, per esempio, ha ampliato il programma dei visti su cauzione (con costi fino a 15.000 dollari), che ora coinvolge 50 Paesi, e proposto di rendere obbligatorio il controllo dei profili social anche dei viaggiatori provenienti dai Paesi amici. In parallelo, restano sul tavolo tempi di attesa consolari elevati e, soprattutto, una linea politica che continua a rendere il viaggio verso gli Usa più oneroso e meno prevedibile. Per un’industria che vive di fiducia, il costo reputazionale rischia di essere persino superiore a quello operativo.

LUNGO RAGGIO DEBOLE

Lato outbound: gli americani continuano a viaggiare, ma in modo più selettivo. U.S. Travel segnala che il mercato domestico resta più solido dell’internazionale e che la propensione al viaggio degli statunitensi rimane elevata; tuttavia, la spinta a intraprendere viaggi a lungo raggio si sta indebolendo, per effetto dell’incertezza economica e della maggiore attenzione sul rapporto qualità-prezzo. Non a caso, la European Travel Commission parla di viaggiatori più cauti nel 2026 e Reuters rileva un rallentamento della crescita dei flussi Usa verso l’Europa.

Questa situazione non farà che pesare sempre di più sugli Stati Uniti, economicamente. Entrano meno turisti stranieri, mentre gli Usa continuano a esportare spesa turistica all’estero. Per il 2025, U.S. Travel stimava un deficit della bilancia turistica di quasi 70 miliardi di dollari. Su questo scenario si è abbattuta infine la crisi iraniana. Gli attacchi Usa-Israele contro l’Iran e la conseguente tensione su Hormuz hanno riportato al centro il tema jet fuel, con Delta che ha stimato oltre due miliardi di dollari di spesa in più per i costi del carburante nel trimestre fino a giugno, congelando i piani di espansione. Per il travel, il messaggio è netto: le ultime mosse di Trump stanno comprimendo l’appeal degli Stati Uniti, proprio mentre il Paese avrebbe bisogno di mostrarsi aperto e competitivo. E l’Iran aggiunge un secondo choc, energetico e tariffario, che rischia di trasformare una crisi di immagine in una crisi di margini.

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