Viaggio in Corea, perché? L’analisi di Michele Serra (Quality Group)

13 Giugno 12:42 2023 Stampa questo articolo

Cosa differenzia la Corea dai vicini, e turisticamente più noti, Cina e Giappone? A questa domanda prova a rispondere il presidente di Quality Group, Michele Serra, che – reduce da un viaggio esplorativo nel Paese asiatico – affida a LinkedIn la sua personale analisi della destinazione, che riportiamo nei suo principali contenuti a beneficio dei nostri lettori agenti di viaggi.

«Mi sono sempre chiesto, da quando ho concepito l’idea di aprire una programmazione di viaggi in Corea, quale spazio di originalità rimanesse per un Paese che è sempre stato incastrato fra due giganti – scrive Serra – Avete mai fatto caso alla posizione geografica della penisola coreana? Non c’è modo di raggiungerla, se non passando dalla Manciuria o dal mar del Giappone. In fin dei conti, la religione tradizionale è il Buddhismo nella versione importata dalla Cina, il 60% dei vocaboli è di origine cinese e il neo-confucianesimo è la dottrina politica che innerva la società coreana; persino la bandiera nazionale porta l’emblema dello yin e dello yang e dei trigrammi, eredità della civiltà cinese più pura. Dall’altro lato, il Giappone fece della Corea la colonia più importante del suo effimero Impero, invadendola a inizi ‘900».

E allora, che posto può occupare la Corea nel cuore di un viaggiatore? «In questo mio ultimo viaggio – racconta – mi sono persuaso definitivamente che questo Paese brilla di luce propria: ha un fascino unico e un carattere inconfondibile che lo contraddistinguono nettamente dai suoi ingombranti vicini. La Corea è il terzo lato, ineliminabile, del triangolo magico della civiltà dell’Estremo Oriente».

Un’affermazione ancorata a due ragioni «Primo: i coreani, in reazione alla pesante influenza storica di Cina e Giappone, hanno sviluppato un carattere orgoglioso e indipendente e non si sono mai rassegnati a subire passivamente gli apporti culturali esterni: li hanno sempre rielaborati e fatti propri». È il caso del neo-confucianesimo, del Buddhismo, dell’alfabeto coreano, ma anche dell’economia: «Nessuno ormai può negare che quella coreana sia molto più innovativa e aggressiva di quella giapponese, perché si basa su una creatività imprenditoriale più fresca e vivace. Anche la Cina corre, ma lì il Partito rappresenta il pensiero unico, e le idee vengono calate dall’alto. In Corea si ha l’impressione che il rinnovamento sia il frutto della collaborazione fra governo, municipi e grandi realtà industriali, ciascuno libero nel suo ambito. Pechino è rigida, Tokyo è vecchia, Seoul è fluida.

Seconda ragione: se per Cina e Giappone l’apertura all’Occidente è stata forzata, parziale e strumentale, «in Corea gli stranieri non solo non sono mai arrivati, ma furono disperatamente (e invano) chiamati in aiuto quando il Giappone si avvicinava minacciosamente alle coste di  Busan. Anche il cristianesimo, entrato in Cina e Giappone a braccetto con gli invasori, in Corea arrivò solo su invito dei coreani stessi. L’Occidente e la sua cultura sono da sempre stati i benvenuti in Corea, perché visti come ancoraggio alternativo rispetto a Cina e Giappone, e sono stati assimilati con interesse autentico e con intelligenza. Qui gli stranieri sono visti come i liberatori. Oggi per un europeo è molto più facile sentirsi a casa a Seoul, fra i coreani, che a Pechino e Tokyo».

«La Corea – prosegue Serra – è una società aperta all’esterno, abbraccia, assimila, meticcia e rilancia (guardate al fenomeno di ritorno del K-pop). E accoglie. In Cina e Giappone l’accoglienza e il dialogo sono fenomeni eccezionali. Se soggiornate in un tempio coreano, un monaco che parla correttamente l’inglese vi invita a prendere il tè con lui e potete confrontarvi a fondo sul credo religioso, sui valori e sugli stili di vita».

Da qui, il presidente di Quality trae le proprie conclusioni:« Un viaggio in Cina è un’avventura straordinaria, perché è la possibilità dell’incontro con una tradizione possente, una storia sontuosa e una cultura abissalmente diversa. Ma il dialogo non ha basi comuni. Un viaggio in Giappone rappresenta l’estremo vertice dell’esperienza estetica, il culmine di un pellegrinaggio verso il sublime. Ma il dialogo è fatto solo di sorrisi. In Corea si viene per dialogare. Qui puoi parlare, ascoltare e imparare. Qui finalmente le porte sacre della cultura orientale si aprono davanti a te».

E per finire un consiglio ai viaggiatori: «Amate l’Oriente? Andate prima in Cina e in Giappone e respirate a pieni polmoni. Ma, poi, venite in Corea a completare il percorso e a schiarirvi le idee. E a divertirvi alla grande».

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