Cosa (non) si aspetta il turismo da Meloni – Intervista a Pier Ezhaya

Cosa (non) si aspetta il turismo da Meloni – Intervista a Pier Ezhaya
30 Marzo 11:42 2026

Non si occuperà di travel in prima persona, ovvio. Nominerà un sottosegretario tecnico, auspicabile. E sul Golfo non riempirà le sacche delle imprese di ristori in stile Covid, figuriamoci. Tutt’al più «galleggerà con misure limitate all’ordinario e senza nessun cambio di passo». C’è cautela, e un certo disincanto, nelle parole del presidente di Astoi, Pier Ezhaya, invitato ad analizzare il passaggio di testimone Santanchè-Meloni al ministero del Turismo e l’effetto di una guerra, quella in Medio Oriente, costata agli operatori 25-30 milioni di euro in due mesi. Sullo sfondo la scelta dell’associazione dei tour operator di Confindustria di sfilarsi dalle richieste delle altre sigle. Non per correre da sola. Ma per non inseguire le chimere di proposte fuori misura.

Santanché si è dimessa, il premier Giorgia Meloni ha preso l’interim del Mitur senza designare subito un successore. Come legge questa mossa e cosa si aspetta ora?
«Cambiare un ministro a tre quarti del percorso legislativo non è sicuramente positivo perché l’ultimo quarto, come si è visto, non lo vuole fare nessuno per non bruciarsi. Le possibilità che Meloni si occupi in prima persona di turismo non sono molte, anche in ragione delle questioni, sicuramente più ingombranti, che la impegnano sul fronte internazionale. Auspico quindi che venga nominato un sottosegretario con deleghe, più tecnico che politico, per terminare la legislatura. Vedremo».

Che fine farà il tavolo Golfo? Le richieste e le mezze promesse di sostegni andranno in fumo?
«Sono uscito dal primo tavolo al Mitur già con poche aspettative. Oggi non ho motivi per ricredermi, anzi».

Abbiamo saputo che Astoi non ha firmato un documento condiviso da tutte le altre associazioni…
«È vero. Per la prima volta non abbiamo voluto condividere un testo che a noi sembrava sproporzionato rispetto agli impatti reali di questa crisi, sia per la quantificazione dei danni sia per le previsioni di questo conflitto che, francamente, nessuno mi sembra in grado di indovinare. Abbiamo scelto un’altra strada che si limitava a quantificare i “danni emergenti” nel mese di marzo – prettamente affrontati dai tour operator – e l’impatto delle cancellazioni e dei mancati ordini solo nell’immediato, fino ad aprile, rimandando a un secondo momento l’analisi dei danni estivi parallelamente all’evoluzione della crisi. Ho sentito dare dei numeri senza alcun fondamento reale e questo, a parer mio, non fa il bene della categoria. Credo che anche quando si avanzano richieste si debba essere misurati e concreti».

Col senno di poi, se ne pente? 
«Assolutamente no. Rivendico con forza questa scelta. Ho fatto anche un passaggio in Consiglio Direttivo per avere il benestare dei soci per rappresentare la crisi in questo modo e ho trovato piena condivisione. Non siamo in presenza di uno scenario Covid. Certo, la situazione può precipitare, ma, ad oggi, bisogna riferirsi al contingente. Inoltre, ci siamo visti al ministero il giorno dopo che era stato approvato il decreto sul taglio dei costi dei carburanti di 25 centesimi finanziato in parte da tutti i ministeri con un taglio lineare delle risorse. C’è poi tutto il tema degli strumenti per erogare gli aiuti di Stato che necessitano di un passaggio in Unione europea. Insomma, come si poteva pensare che avrebbero messo delle altre risorse sul tavolo? Quindi no, non mi pento. Siamo stati seri e il nostro approccio, posso dirle, è stato apprezzato dal ministero. Detto ciò, ovvio che ci auguriamo che qualcosa verrà fatto perché il settore è stato colpito duramente. Ma non aspettiamoci le risorse Covid».

Certo, vedere le sigle disunite dispiace. La filiera appare frastagliata di fronte all’ennesima emergenza ed è un peccato.
«In realtà tutte le associazioni hanno trovato un punto di convergenza tranne noi e questo, mi creda, mi spiace. A volte però è necessario “stare fuori” se si ha una visione molto lontana dagli altri. Non c’è nulla di male; è una scelta dignitosa che deve essere rispettata. Poi, mi lasci dire, che gli impatti più severi di questa crisi sono caduti proprio sulle spalle dei tour operator. E non parlo dei mancati ordini o delle cancellazioni, perché quelli cadono su tutti, ma dei costi operativi per riportare a casa i clienti. Abbiamo organizzato nove voli rescue per andare a prendere i clienti. Abbiamo dovuto sostenere le spese per i prolungamenti e per la logistica in loco spostando i clienti nelle zone meno rischiose, come è avvenuto con il trasferimento da Dubai a Muscat domenica 28 febbraio. Abbiamo un Osservatorio che è l’unico strumento che in tempo reale ci consegna i movimenti del turismo organizzato e con una scala di cui nessuno dispone. Ecco perché ci siamo più fidati dei nostri numeri che di quelli che abbiamo letto. Non smetto di credere che si debba lavorare di concerto e presentarsi uniti verso le istituzioni, ma non a qualsiasi costo. Questa volta è andata così».

Sono stati anche lanciati messaggi impropri dai media. Penso a certi allarmi su Grecia e Turchia. A chi diamo la colpa, ai giornali o alle associazioni che non hanno saputo contenere e direzionare le informazioni?
«Non diamo colpa alle associazioni anche di questo. Purtroppo, è il paradigma che guida la comunicazione, in tutti in campi. Fa più notizia dire che la Grecia sia sotto attacco o che i turisti dormano in spiaggia alle Maldive. Un clic in più vale una bugia in questo mondo. È stato scritto da un quotidiano nazionale (ed è stato ripreso da Paolo Mieli a Radio 24 con eccessiva enfasi) che gli agenti di viaggi stavano taglieggiando i clienti che dovevano rientrare. Ho perso ogni self-control e ho fatto un post su LinkedIn sul tema che ha fatto più di 20mila visualizzazioni: perché va bene non raccogliere tutte le provocazioni, ma quando è troppo è troppo. Tornando al punto, Astoi ha scelto di non comunicare con nessuno nella prima settimana dopo il conflitto. Primo perché eravamo in unità di crisi e dovevamo far rientrare i clienti, poi perché era troppo presto per fare stime e previsioni, cosa che chiedevano tutti. È come stare al Pronto Soccorso: prima si salva il paziente, poi si vede come recuperare la condizione fisica. È indubbio che questo vuoto comunicativo ha lasciato spazio a chiunque volesse parlare e questo forse è stato un errore, ma sono convinto che nella prima settimana qualsiasi attività diversa dall’assistenza ai clienti sarebbe stata sbagliata e abbiamo preferito il silenzio stampa. Dalla seconda settimana siamo tornati a comunicare al trade e al consumer. In ogni caso, tutto vola via alla velocità della luce. Purtroppo o per fortuna».

Volano via anche i numeri della prima ora. Ma a questo punto i danni della crisi in Medio Oriente vanno quantificati. Anche solo per dare una misura ai futuri interlocutori istituzionali.
«I costi per rimpatri e spese di assistenza nella settimana successiva l’inizio della guerra sono stati di circa 4 milioni di euro. Poi ci sono i danni delle cancellazioni, dei mancati ordini, delle penali nei Paesi non oggetto del conflitto ma toccati dal parziale blocco dei vettori del Golfo, dell’aumento del carburante aereo e navale, che in pochi giorni è raddoppiato. Direi che limitandoci ai mesi di marzo e aprile possiamo stimare danni per circa 25-30 milioni di euro. Non fatturato. Costi».

Siamo sotto Pasqua, da sempre banco di prova della summer. Che estate vivrà il travel?
«Pasqua ha risentito dell’evaporazione del Medio Oriente, area che era stata molto scelta quest’anno: non solo Dubai, ma anche Oman e Qatar. Un po’ di ricadute – ingiuste – le abbiamo avute sull’Egitto e su tutti i Paesi serviti dai vettori del Golfo come quelli del Sud-est asiatico e dell’Oceano Indiano. Per l’estate abbiamo tre scenari possibili, che poi sono quelli che ha tracciato anche Confindustria. La guerra che finisca entro aprile, entro giugno o che perduri fino a oltre l’estate. Ovviamente questi tre scenari hanno esiti molto diversi. Il primo vede danneggiato l’Egitto e forse un po’ anche la Grecia; il secondo sarebbe severissimo con danni molto più profondi. Del terzo preferisco non parlare».

Il caro fuel è un fatto. In che misura impatterà nel medio periodo sui prezzi di voli e pacchetti?
«È un tema enorme; consideri che venerdì 26 febbraio il jet fuel costava 800 dollari alla tonnellata, mentre la scorsa settimana ha toccato quasi 1.700 dollari. Alcune stazioni estere come le Maldive, forse per la scarsità del bene, applicano supplementi a questi delta arrivando a più di 2.100 dollari a tonnellata. Anche Marsa Alam e Sharm el-Sheikh stanno applicando supplementi severi. È una delle cose che mi preoccupa di più. Questo impatterà ovviamente sui prezzi in maniera violenta: da 30 euro a persona sul corto raggio, 50-60 sul medio, fino a più di 150 sul lungo. Molti vettori hanno tagliato i voli è vero; conviene lasciare l’aereo “al prato” piuttosto che volare con questi costi. Anche su questo bisognerà capire come evolverà il conflitto. Uno scenario in cui si risolve tutto entro fine aprile stempererà molto questi effetti, gli altri due scenari li acutizzeranno. Non dimentichiamo poi che l’aumento dei costi del carburante impatterà su tutti i beni di consumo, così come sulle bollette, e gli italiani avranno mediamente meno disponibilità di spesa».

Una situazione che potrebbe vedere “sguazzare” il mare Italia. Prevede una stagione d’oro?
«Almeno d’argento. Il mare Italia sicuramente beneficerà di un effetto rimbalzo. Bisogna però non speculare troppo sui prezzi e avere equilibrio. Ma il prezzo alla fine lo farà il mercato, non certo le mie parole».

A proposito di Italia, la nota di Palazzo Chigi che annunciava l’interim al Mitur parlava di turismo in chiave di “prosperità, benessere e prestigio” italico. Toccherà spiegare di nuovo a tutti cosa sia l’outgoing?
«Guardi questa è une delle cose che mi frustra di più; non sono così ingenuo da non capire che un governo e, soprattutto, un ministero del Turismo debba occuparsi del turismo nazionale e, ahimè, c’è tantissimo da fare per farlo evolvere e farlo diventare sistemico. Detto questo, non si può continuare a non vedere l’importanza dell’outgoing che, non solo crea Pil, gettito fiscale e occupazione, ma esporta anche il Made in Italy tanto caro al nostro governo. Aggiungo che non vedere il turismo in funzione circolare significa non aver compreso nulla di questo comparto. Dove c’è un volo che esce c’è un volo che entra e le persone si muovono nel mondo. Contrastare questo è come svuotare l’oceano con un secchio».

Se le chiedessi di lanciare un messaggio forte e chiaro al governo, cosa direbbe?
«Non ho la presunzione di lanciare messaggi al governo; spero solo che l’inerzia positiva che questo esecutivo aveva impresso al turismo non venga persa. Credo altresì che sino alle elezioni si “galleggerà” un poco, con misure limitate all’ordinario e senza nessun cambio di passo. Spiace, ma tant’è».

Al termine di questa intervista sente di avere ancora qualche sassolino nella scarpa? È il momento giusto per toglierlo…
«Ormai ho aumentato di tre numeri la misura delle scarpe per far star dentro tutti i sassolini che devo portarmi in giro. Il più grande? Il fatto che il turismo organizzato venga tributato degli onori che merita solo quando succedono queste disgrazie. Quando ci sono le tempeste e bisogna fare i voli rescue diventa nobile e necessario, ma in tempi di pace diventa solo “più caro” e le persone tornano a pensare di poter fare tutto da sole. Invece è proprio in quei momenti che bisognerebbe pensare di mettere in sicurezza la propria vacanza. Comunque, è da anni che non mi occupo più dei sassolini, tolgono solo energia; continuo a lavorare con serietà e onestà, che sono le mie stelle polari e che alla fine restituiscono tutti i resti».

Foto dell’ufficio stampa Astoi Confindustria Viaggi.

L'Autore

Roberta Rianna
Roberta Rianna

Direttore responsabile

Guarda altri articoli