Voli a singhiozzo. A cinque settimane dall’inizio della guerra, il 28 febbraio, resta parziale la ripresa del traffico aereo in Medio Oriente, come riferisce L’Echo Touristique. L’offerta, insomma, resta di gran lunga inferiore ai livelli pre crisi, nonostante l’attenuazione delle cancellazioni e i recenti spiragli di pace.
LO STATEMENT DELLE COMPAGNIE
In copertina le tre big del Golfo.
Al 6 aprile, secondo l’indice specifico creato da Flightradar24, Emirates operava 351 voli giornalieri, rispetto ai 327 della settimana precedente, ma anche ai 517 prima dell’escalation militare. La compagnia con sede a Dubai sta attualmente operando con un programma di voli ridotto, compresi quelli da e per la Francia: serve Parigi con due voli giornalieri, Nizza con cinque voli settimanali e Lione con tre voli settimanali.
Etihad Airways opera un programma di voli ridotto: la compagnia effettua 214 voli al giorno rispetto ai 319 operati prima del conflitto, con un tasso di ripresa del 67,1%.
Qatar Airways opera 188 voli giornalieri (140 la scorsa settimana), rispetto ai 588 precedenti allo scoppio della guerra, con un tasso di ripresa del 32%, poco meno di un volo su tre.
La compagnia sta volando con metà della capacità e ha varato un piano di emergenza per le destinazioni più gettonate. Sospesi i voli verso 64 destinazioni almeno fino a maggio. Tra le rotte cancellate, Londra Gatwick, Düsseldorf, Lisbona, Malta, Nizza, Belgrado, Oslo, Amburgo, Bruxelles, Venezia, Zagabria, Vienna e Sofia, in Europa.
Ita Airways, intanto, ha sospeso i voli per Riyadh fino al 30 aprile.
Air France, invece, conferma, lo stop dei voli da e per Dubai e Riyadh fino al 19 aprile 2026 compreso (ovvero fino al 20 aprile 2026 per i voli in partenza da Dubai) e da e per Tel Aviv e Beirut.
L’IMPATTO DEL PREZZO DEL CHEROSENE
Com’è noto, l’impennata del cherosene sta avendo un impatto sulle operazioni, anche se la tregua di due settimane annunciata da Trump, con la riapertura dello strategico Stretto di Hormuz, potrebbe far abbassare i prezzi. Finora il costo ha inciso direttamente sulla redditività delle rotte ancora operative e la conseguenza è il rincaro delle tariffe aeree.
«Gli aumenti dei prezzi dei biglietti si stanno diffondendo e sono inevitabili», ha ribadito Pascal de Izaguirre, presidente della Fnam (Federazione Nazionale delle Associazioni del Trasporto Aereo), in un’intervista a La Tribune. Il prezzo di una tonnellata di carburante è salito da 750 dollari prima del conflitto a 1.900 dollari all’inizio di aprile. «I costi del carburante – ha osservato – sono aumentati dal 25% al 45% delle spese operative delle compagnie aeree».
E infatti AirAsia ha annunciato aumenti di prezzo fino al 40%, insieme a una riduzione di alcune rotte per assorbire l’impatto: cancellato circa il 10% dei voli. La compagnia malese sta riorganizzando la propria rete dando priorità alle rotte che possano compensare i supplementi carburante, pur mantenendo quella che considera una forte domanda. Le tariffe sono aumentate dal 31% al 40%, mentre i supplementi carburante sono cresciuti del 20%, secondo quanto dichiarato dal direttore commerciale Amanda Woo.
Allo stesso tempo, le compagnie taiwanesi China Airlines ed Eva Air hanno aumentato significativamente i loro supplementi, mentre diversi vettori cinesi, tra cui Air China e China Southern, stanno applicando aumenti anche ai voli nazionali.



