Deserto degli investimenti:
non fa sconti mister Tui

Deserto degli investimenti: <br>non fa sconti mister Tui
06 Febbraio 08:55 2026

Nel turismo organizzato l’Europa rischia la desertificazione degli investimenti: è durissima e lapidaria la disamina di Sebastian Ebel, amministratore delegato del Gruppo Tui, il quale in un’intervista al giornale spagnolo Hosteltur critica l’eccessiva regolamentazione e le tasse che pesano sulle aziende turistiche europee. Aziende che non solo non investono più nel Vecchio Continente, ma se ne stanno semplicemente andando.

Ebel confessa che la stessa Tui Group, che aspira a diventare un’azienda leader in Europa al pari delle principali piattaforme internazionali, trova più interessante investire al di fuori dei confini europei, ad esempio in America Latina o in Asia. Inoltre osserva che le stesse istituzioni europee stanno regolamentando contro gli interessi europei, introducendo norme che, a suo avviso, «indeboliscono» gli interessi dei clienti, come nel caso delle normative sui pacchetti vacanze.

Sebastian Ebel_Tui_sito web

Sebastian Ebel

Il numero uno di Tui insiste poi sul fatto che l’Europa può e deve fare di più per evitare di danneggiare la propria competitività. Un esempio su tutti è l’aumento delle tasse aeroportuali che sta suscitando indignazione tra le compagnie aeree, sia spagnole che tedesche, ma anche tra gli operatori. A tal proposito Ebel avverte: «Ricordiamoci che i clienti non danno alcun preavviso sulle potenziali conseguenze di un aumento di prezzo di dieci euro. Alcuni clienti sensibili al prezzo sceglieranno semplicemente un’altra destinazione. Lo vedo ripetersi da oltre 30 anni. I clienti decidono di non viaggiare in una determinata destinazione quando i prezzi aumentano troppo. Per le famiglie, l’impatto è moltiplicato per il numero di membri. Ad esempio, per una famiglia di quattro persone, l’aumento può facilmente superare i 100 euro. Il mio consiglio alle autorità e alle compagnie aeroportuali, che a volte sono molto ansiose di aumentare i prezzi, è che non ne trarranno alcun reale beneficio. Inoltre, molte di queste commissioni si applicano alle aziende europee, mentre quelle al di fuori dell’Unione europea hanno una struttura dei costi molto diversa. Ciò che alcuni non capiscono è che non stiamo competendo solo con altre aziende tedesche o britanniche. Stiamo competendo con piattaforme e aziende che non hanno sede in Europa».

IL FRENO DELLA BUROCRAZIA

E proprio sulle regole Ebel usa la scure dell’accusa senza appello e stigmatizza: «L’Europa deve essere molto attenta e rigida con la regolamentazione delle piattaforme internazionali. Siamo arrivati ​​a un punto in cui investire in America Latina o in Asia è più attraente che investire in Europa. La mia raccomandazione è sempre stata quella di frenare questa tendenza e contenere l’aumento dei costi generati dalla burocrazia. Capisco la necessità di un certo grado di regolamentazione. Ma se volessi avviare un’attività, da dove inizierei? Sceglierei un contesto economico con meno burocrazia e un supporto chiaro. È più facile in alcuni Paesi e più difficile in altri, anche in Europa. Avviare un’attività in Danimarca o in Portogallo è più facile che in Germania. Dobbiamo combattere la burocrazia in Europa perché è diventata un business a sé stante, ostacolando l’operatività delle aziende e ostacolando la nascita di nuove imprese. In Germania abbiamo una solida base di medie imprese che sono la spina dorsale dell’economia e, negli ultimi 10 anni, le abbiamo viste andarsene. Sono come i clienti: non ti avvisano che se ne vanno, lo fanno e basta».

Infine Ebel si dice «preoccupato» per la situazione in molti Paesi d’Europa e si chiede polemicamente se non sia arrivato il momento di chiedersi come sostenere e rafforzare le imprese europee: «Le autorità di regolamentazione – conclude infatti Ebel – pensano di fare qualcosa di positivo per i consumatori, ma non è sempre così. Senza offerte di pacchetti vacanze competitive, le persone finiranno per prenotare singole tratte senza alcuna tutela. In alcune aree, la mentalità sta iniziando a cambiare, ma c’è ancora molta strada da fare prima di vedere i risultati: i progressi sono troppo lenti. Dobbiamo essere più competitivi».

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Andrea Lovelock
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