Ryanair spara a zero sull’Europa

Ryanair spara a zero sull’Europa
23 Aprile 09:39 2026

Più che i missili in Medio Oriente, il vero nemico di Ryanair resta Bruxelles. Nel giorno in cui è tornato a lanciare l’allarme sul caro-carburante e sui rischi di tenuta per alcune compagnie europee, Michael O’Leary ha affondato il colpo contro l’Unione europea: «Le tasse sono peggio della guerra», ha detto, indicando nell’Ets e nella fiscalità sul trasporto aereo un freno ben più pesante della crisi geopolitica in corso.

Il messaggio del ceo della holding irlandese, durante il media day al quartier generale di Dublino, è netto: il fuel resta il grande fattore di instabilità del momento, ma per chi vuole crescere in Europa il vero ostacolo è il costo imposto dai governi. Non a caso, accanto alle preoccupazioni per il prezzo del cherosene, O’Leary è tornato ad attaccare frontalmente la Commissione Ue, accusata di perdere tempo su dossier secondari, mentre il settore deve fare i conti con margini sempre più sotto pressione.

PROBLEMA JET FUEL

Sul fronte carburante, Ryanair rivendica comunque una posizione più difensiva di molti concorrenti. La compagnia ha infatti bloccato il prezzo dell’80% del proprio fuel fino al marzo 2027 a 67 dollari al barile. Il problema riguarda il restante 20% non coperto: il carburante di aprile, prezzato a marzo, è salito a 150 dollari al barile, e anche quello di maggio dovrebbe attestarsi su livelli simili. Tradotto: 50 milioni di dollari di costi extra nel solo mese di aprile, che diventerebbero circa 600 milioni su base annua se i prezzi restassero invariati per dodici mesi.

Per Ryanair, questa dinamica potrebbe innescare una nuova fase di selezione nel mercato europeo. O’Leary sostiene apertamente che, con il prezzo del carburante stabilmente a questi livelli, tra settembre e novembre alcune compagnie potrebbero andare in crisi, soprattutto quelle con strutture di costo più fragili e minore copertura. È il solito linguaggio aggressivo del manager irlandese, ma riflette una convinzione chiara: chi ha scala, liquidità e hedging regge; gli altri rischiano di saltare.

L’OUTLOOK

Nonostante questo scenario, il Gruppo non intende rivedere le proprie previsioni annuali. O’Leary ammette però che la visibilità resta bassissima: nessuno oggi è in grado di capire dove si assesteranno i prezzi del carburante nei prossimi mesi. Anche se il conflitto dovesse chiudersi rapidamente, servirebbero comunque tre o quattro mesi per riportare il mercato su livelli più normali, con una possibile discesa sotto i 100 dollari al barile solo entro settembre.

Sul piano degli approvvigionamenti, Ryanair esclude per ora criticità diffuse in Europa, almeno per maggio, e probabilmente anche per giugno. L’unica area considerata più esposta a un rischio di tensione sul cherosene sarebbe il Regno Unito, per via della dipendenza da forniture provenienti dal Kuwait. Ma, ancora una volta, per O’Leary il punto non è tanto la disponibilità fisica del prodotto, quanto il prezzo finale che arriva ai vettori.

CONTRO L’EUROPA, CONTRO L’ITALIA

È qui che entra in scena la “bacchettata” all’Europa. Il numero uno di Ryanair ha chiesto esplicitamente alla Commissione di abolire, o almeno ridurre, l’Ets: il sistema di scambio delle quote di emissione è considerato di fatto un aggravio insostenibile, in una fase già segnata dal rincaro energetico. Secondo O’Leary, Bruxelles si concentra su questioni marginali, come le dispute sui bagagli a mano, mentre trascura ciò che conta davvero per la competitività del trasporto aereo europeo.

La stessa linea viene applicata all’Italia. Per Ryanair, infatti, addizionali comunali, tasse aeroportuali e limiti operativi come il tetto ai voli su Ciampino continuano a frenare la crescita del traffico, molto più degli effetti della guerra. Eddie Wilson, il ceo della compagnia low cost, ha rilanciato il messaggio con numeri precisi: senza addizionale municipale, la compagnia sarebbe pronta a investire 4 miliardi di dollari, aggiungere 40 aeromobili, aprire 250 nuove rotte, trasportare 20 milioni di passeggeri in più all’anno e generare 15 mila posti di lavoro aggiuntivi.

Dietro la consueta retorica provocatoria di O’Leary, il punto industriale è semplice: il fuel caro è un’emergenza con cui le compagnie devono convivere, ma tasse e oneri regolatori sono un handicap permanente che sposta capacità, investimenti e crescita da un mercato all’altro. E nel pieno di una nuova fase di tensione sui costi, Ryanair prova a usare il dossier carburante anche per riaprire la battaglia politica contro Bruxelles e contro i governi, che continuano a tassare il volo a corto e medio raggio.

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Patrizio Cairoli
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