La guerra in Medio Oriente sta producendo effetti immediati sull’industria del trasporto aereo globale. In poche settimane, il prezzo del jet fuel è raddoppiato e le compagnie aeree stanno reagendo con aumenti delle tariffe, introduzione o rafforzamento dei supplementi carburante e, in alcuni casi, revisione delle rotte e delle frequenze. Per il settore travel, si apre una fase di forte volatilità dei prezzi.
Il carburante rappresenta infatti una delle principali voci di costo per le compagnie: secondo diverse stime, è di circa il 25%-30% per le compagnie maggiori, ma può arrivare fino al 40-50% dei costi operativi delle low-cost. Con il prezzo del petrolio spinto verso l’alto dal conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran e con timori di possibili interruzioni nelle forniture energetiche della regione, il costo del jet fuel ha registrato una forte impennata, arrivando in alcuni mercati a raddoppiare nel giro di due settimane.
RINCARI SUI BIGLIETTI
La prima risposta delle compagnie è stata il ritorno – o il rafforzamento – dei fuel surcharge, i supplementi carburante che negli ultimi anni erano stati progressivamente ridotti con il calo dei prezzi energetici.
Il gruppo Air France-Klm ha già annunciato un aumento delle tariffe sui voli a lungo raggio: nelle cabine economy il rincaro sarà di circa 50 euro, per un biglietto andata e ritorno.
In Asia le misure sono ancora più evidenti. Cathay Pacific ha deciso di raddoppiare il costo del supplemento carburante sui voli passeggeri a partire dal 18 marzo: sui collegamenti long haul il contributo passa da 569 a 1.164 dollari di Hong Kong (circa 149 dollari). Anche Air India introdurrà progressivamente nuovi supplementi a partire dal 12 marzo.
Molti altri vettori stanno seguendo la stessa strada. Qantas ha già comunicato un aumento medio dei prezzi dei voli internazionali intorno al 5%, mentre Thai Airways sta valutando rincari compresi tra il 10% e il 15%. Compagnie come Sas, AirAsia e Norse Atlantic hanno invece annunciato adeguamenti tariffari o supplementi temporanei legati all’aumento del carburante.
Aerolineas Argentinas ha annunciato che applicherà temporaneamente un supplemento carburante sui biglietti per i voli nazionali e internazionali, che varierà dai 10 ai 50 dollari a tratta.
Ieri, il prezzo del carburante per aerei, secondo l’indice Argus, era di 165 dollari al barile, quasi il doppio rispetto ai livelli di gennaio e ben al di sopra del prezzo del petrolio greggio.
CAMBIANO LE ROTTE
Il conflitto ha avuto anche un altro effetto diretto sui prezzi: la riorganizzazione delle rotte. La chiusura o la limitazione dello spazio aereo in diverse aree del Medio Oriente ha costretto molte compagnie a deviare i voli verso percorsi alternativi, aumentando tempi di volo e consumo di carburante. Tra le compagnie che stanno rivedendo la propria strategia c’è Wizz Air, che ha deciso di spostare una parte significativa della propria capacità operativa dal Medio Oriente alle destinazioni europee, puntando quindi sui flussi turistici intracontinentali.
Secondo i dati della società di analisi Cirium, oltre 43.000 voli da e per il Medio Oriente sono stati cancellati tra il 28 febbraio e il 10 marzo. La domanda si è quindi concentrata su itinerari alternativi, con conseguente aumento delle tariffe sui collegamenti che evitano la regione.
Per alcuni vettori, la situazione ha implicazioni operative significative. Finnair, per esempio, ha cancellato temporaneamente i voli verso hub come Doha e Dubai, mentre altre compagnie stanno rivedendo network e capacità per adattarsi al nuovo scenario.
RICADUTE SUGLI USA
Negli Stati Uniti, gli aumenti non sono ancora generalizzati, ma potrebbero arrivare presto. Secondo analisi citate dalla Cnbc, le compagnie americane dovrebbero aumentare le tariffe di circa l’11% solo per compensare l’attuale aumento del costo del carburante.
Gli analisti prevedono un calo degli utili almeno nel primo trimestre, se non nella prima metà dell’anno, sebbene l’impatto dipenderà dalla durata dell’aumento dei prezzi del carburante. «Riteniamo che un calo degli utili per azione nel primo trimestre sia quasi certo, a questo punto», hanno scritto, in una nota, due analisti di Ubs del settore aereo, Atul Maheswari e Thomas Wadewitz.
Il ceo di United Airlines, Scott Kirby, ha già avvertito che l’impatto sui prezzi dei biglietti potrebbe manifestarsi rapidamente, soprattutto se il conflitto dovesse protrarsi per settimane.
Il problema è particolarmente sensibile per i vettori statunitensi, perché molti hanno abbandonato negli ultimi anni le strategie di copertura (hedging) sul carburante. Questo li espone maggiormente alla volatilità dei mercati energetici.
PRESSIONE ANCHE SUI CARGO
L’impatto non riguarda solo il traffico passeggeri. Anche il cargo aereo sta vivendo un’impennata dei prezzi. Le tariffe su alcune rotte tra Asia meridionale ed Europa sono aumentate fino al 70% dall’inizio del conflitto. Diversi fattori stanno contribuendo all’impennata dei prezzi: il raddoppio del costo del jet fuel; la riduzione della capacità dovuta alle deviazioni di rotta; il trasferimento di parte delle merci dal trasporto marittimo a quello aereo a causa dei rischi nello Stretto di Hormuz.
Secondo i dati Freightos, le tariffe spot tra Asia meridionale ed Europa sono salite da 2,57 a 4,37 dollari per chilogrammo, mentre i collegamenti Asia–Nord America hanno registrato aumenti superiori al 50%.
RISCHI PER L’INDUSTRIA
L’industria aerea teme che l’instabilità energetica possa protrarsi a lungo. In Malesia, il ministro dei Trasporti, Anthony Loke, ha avvertito che alcuni voli potrebbero essere sospesi, se il prezzo del carburante dovesse continuare a salire. Il ministro ha poi detto che «parlerà con le società aeroportuali e i principali stakeholder per trovare il modo di sostenere la sopravvivenza delle compagnie aeree locali».
Per alcune compagnie, soprattutto quelle con margini ridotti o con coperture limitate sul carburante, il rischio è concreto. Il fondatore della low-cost indiana SpiceJet, Ajay Singh, ha dichiarato che con il petrolio vicino ai 90 dollari al barile l’operatività diventa «completamente insostenibile», lasciando intendere che alcune compagnie potrebbero perfino mettere a terra parte della flotta.
LE IMPLICAZIONI PER IL TRAVEL
Per il travel trade, la conseguenza più immediata è un ritorno alla volatilità tariffaria, che il settore aveva già sperimentato negli anni delle crisi energetiche e geopolitiche.
Aumenti dei supplementi carburante, rotte più lunghe e minore capacità rischiano di tradursi in biglietti più costosi nei prossimi mesi, soprattutto sul lungo raggio. Un fattore che tour operator, Tmc e agenzie di viaggio dovranno considerare attentamente nella pianificazione dei programmi estivi e autunnali.
Molto dipenderà dalla durata del conflitto e dall’evoluzione dei mercati energetici. Ma una cosa appare già chiara: nel breve periodo, la guerra in Medio Oriente è tornata a essere uno dei principali driver dei prezzi nel trasporto aereo globale.


