Il 15 aprile ha chiuso il Burj Al Arab, hotel simbolo della città di Dubai. Ma quello che potrebbe sembrare, a una prima lettura, un altro degli effetti negativi della guerra del Golfo, in realtà non lo è.
No, non sono stati i droni minacciosi che sfiorano i cieli della città, dove il turismo è ai minimi storici, e la mancanza di ricchi clienti disposti a passare qualche giorno nel lusso più sfrenato, a far chiudere, temporaneamente, l’hotel iconico a forma di vela.
Il Burj Al Arab, uno dei pochi alberghi al mondo ad essere diventato un’attrazione prima ancora che una struttura ricettiva con le sue sette stelle, le 198 suite, i suoi interni fatti di marmo, foglia d’oro, gli 86.500 cristalli Swarovski applicati a mano e i ristoranti sotto il mare, ha chiuso per una prevista ristrutturazione che durerà 18 mesi.
UN INTERVENTO IN AGENDA
Dalla proprietà – Jumeirah Group – nessun riferimento diretto alla chiusura a causa del contesto geopolitico regionale, ma la nota che l’ammodernamento era stato già deciso da tempo, con un investimento stanziato a novembre, anche se, secondo Middle East Eye, gli attacchi dei droni e i detriti generati dalle intercettazioni, avrebbero causato danni lievi alla struttura, come accaduto ad altri luoghi simbolo della città, vedi Palm Jumeirah e l’aeroporto internazionale.
Motivi ufficiali a parte, il progetto di restauro, diretto dall’architetto francese Tristan Auer, fermerà l’hotel aperto nel 1999, per la prima volta, lasciando sicuramente un vuoto nella città.
Auer, che ha firmato alcuni dei progetti più prestigiosi al mondo, come il restauro dell’Hotel Crillon di Parigi, ed è noto per la sua capacità di coniugare il patrimonio storico con le esigenze estetiche moderne.
Infatti, l’intervento non stravolgerà l’edificio, ma si limiterà a valorizzare gli ambienti originali senza snaturarne l’identità. Secondo quanto comunicato dal Gruppo, l’obiettivo è quello di “esaltare il design interno con la stessa cura riservata a un’opera d’arte”, preservando al tempo stesso l’eredità estetica e simbolica della struttura.
La sfida da vincere sarà quella di far convivere l’impronta distintiva ma ormai troppo sfarzosa dell’hotel – che quando ha aperto ha contribuito costruire l’immagine internazionale dell’Emirato come destinazione super luxury – con le tendenze contemporanee che privilegiano un lusso meno urlato, più elegante e sofisticato.
Thomas B. Meier, ceo di Jumeirah, ha sottolineato che il progetto aprirà un “nuovo capitolo” per la struttura, che è stata appena inserita nella prestigiosa Jumeirah limited-edition collection.


