Quarantacinque anni e non sentirli. Vale per Pietro Romano, dal 1981 agente di viaggi, oggi al timone della società Il Tuareg e della controllata Mesotour. Qui, l’unica cosa che conta è il cliente, da fidelizzare con creatività e tanta sartorialità: «Mi piace mettere a disposizione la mia esperienza, l’aver viaggiato per tutto questo tempo in lungo e in largo per il mondo».
Un percorso iniziato nell’era dei telegrammi…
«Erano altri tempi. Tempi in cui le agenzie di viaggi andavano nelle scuole e poi mandavano i telegrammi agli studenti per un colloquio. Ecco, io quei colloqui li ho fatti ed erano davvero preziosi, anche se alla fine sono finito nell’agenzia che ho rintracciato attraverso mio fratello che doveva fare il viaggio di nozze. Ci sono rimasto per ben nove anni, per poi passare in un’altra adv per altri quattro anni. Sempre a Palermo, ovviamente».
Il salto è arrivato nei primi del Novanta. Come è nato Il Tuareg?
«Inizialmente doveva essere solo un tour operator ma, grazie alla spinta dei clienti che avevo fidelizzato in passato, abbiamo creato – siamo attualmente tre soci – anche l’agenzia di viaggi. Abbiamo un’unica partita Iva e siamo circa 18 persone al lavoro. Devo dire che siamo riusciti a mettere in piedi una bella e solida realtà del Sud Italia».
Ti definisci un creativo…
«In agenzia facciamo praticamente tutto, a 360 gradi. Costruiamo tanti viaggi di nozze e vendiamo un bel numero di crociere. Ma il vero entusiasmo è dove posso mettere “il mio”, ovvero la mia esperienza, lo storytelling, l’aver viaggiato per tutto questo tempo in lungo e in largo per il mondo. I numeri contano, ma fino a un certo punto: mi diverto molto di più a organizzare, ad esempio, un viaggio su misura negli Stati Uniti, in Giappone oppure in Africa. Certo, anche in Europa, macro-destinazione che sicuramente quest’anno si venderà vista la situazione geopolitica. E magari far scoprire alle persone nuove mete poco conosciute».
I giovani sono ancora interessati al lavoro dell’adv?
«Credo di sì, ci sono tanti ragazzi interessati a questo mestiere. Però io vedo, quando partecipo a eventi o riunioni di vario tipo, che il nostro approccio al lavoro – intendo quello della mia generazione – era molto diverso. Avevamo un modo di avvicinarci al “mondo dei grandi” totalmente differente rispetto ai giovani d’oggi. Molti peccano di poca curiosità, che secondo me è l’elemento fondamentale, non solo nella vita di tutti i giorni, ma soprattutto in questo mestiere. Manca l’attitudine a fare dei sacrifici, che comporta magari lavorare il sabato e la domenica. Non dico tutti i weekend, ma una gran parte. Spesso si pensa che lavorare in agenzia significhi viaggiare gratis, ottenere benefit e agevolazioni. Queste cose ci sono, per carità, anche se meno rispetto agli anni passati, ma la realtà ha una dimensione più complessa. I tempi sono estremamente cambiati».
Quindi, c’è futuro per le agenzie?
«Le agenzie di viaggi non chiuderanno mai. Sono convinto che l’intermediazione continuerà a esistere, in evoluzione con i tempi. Il nostro mestiere doveva già scomparire con l’avvento di internet, però siamo ancora qui. Il nostro mondo continuerà a esistere perché, per quanto molti clienti scelgano la strada del digitale, ancor più ora con l’intelligenza artificiale, noi agenti in carne e ossa possiamo garantire quell’assistenza umana fondamentale, fatta di professionalità e conoscenza. Le agenzie, lo sappiamo, hanno giocato un ruolo cruciale nel difficile periodo del Covid, e ora con il conflitto in corso in Medio Oriente stanno dimostrando ancora una volta tutto il loro valore. Tra l’altro, vale la pena ricordarlo, in certi momenti difficili il turismo organizzato ha aiutato anche chi si è affidato al fai-da-te».


