Usa, i Mondiali non hanno fatto gol

Usa, i Mondiali non hanno fatto gol
26 Ottobre 12:21 2026

Neanche i Mondiali di calcio hanno invertito la rotta del turismo internazionale negli Stati Uniti. Gli arrivi dei visitatori stranieri continuano a diminuire, nonostante gli sforzi dell’amministrazione Trump per rilanciare l’attrattività della destinazione, alimentando le preoccupazioni dell’industria turistica americana. A pesare sono soprattutto le politiche sull’immigrazione, i controlli alle frontiere e il rafforzamento del dollaro, che rende gli Usa una meta sempre più costosa.

Gli arrivi internazionali negli Stati Uniti – esclusi quelli da Canada e Messico – sono diminuiti del 5,7%, secondo i dati del National Travel and Tourism Office (Ntto) – ripresi dal Financial Times – relativi ai primi nove mesi del 2026, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Una flessione che segue il -2,5% registrato nel 2025, primo anno di contrazione dopo la pandemia.

Particolarmente significativo il dato relativo all’Europa occidentale, principale mercato di provenienza dei turisti d’oltreoceano, che nei primi nove mesi dell’anno ha registrato un calo dell’8,7%.

Le conseguenze economiche sono già rilevanti: gli Stati Uniti hanno perso, nel 2025, circa 8,4 miliardi di dollari di spesa turistica internazionale rispetto al 2024 (stime del World Travel & Tourism Council, Wtcc).

«Stiamo lasciando sul tavolo un’enorme quantità di opportunità economiche», ha dichiarato – al Financial Times – Adam Sacks, presidente della società di analisi Tourism Economics. Secondo l’analista, la situazione del mercato sarebbe addirittura peggiorata, dopo i Mondiali di calcio disputati la scorsa estate.

L’obiettivo di Trump: 100 milioni di turisti entro il 2030

Il calo degli arrivi rischia di compromettere i piani della Casa Bianca, che punta a raggiungere 100 milioni di visitatori internazionali all’anno entro il 2030. Un traguardo ambizioso: il record storico è di 79,7 milioni di arrivi (2018); nel 2025, i visitatori sono stati 68,3 milioni.

Dopo aver inizialmente minimizzato la contrazione del turismo internazionale, Donald Trump ha intensificato i contatti con l’industria dei viaggi. Lo scorso settembre, il presidente ha incontrato i vertici di alcune delle principali aziende del settore, tra cui Hilton, Marriott e American Airlines, per discutere le iniziative necessarie a rilanciare i flussi turistici.

A guidare la nuova strategia statunitense è Nick Adams, influencer conservatore di origine australiana, nominato a marzo inviato diplomatico per il turismo americano, una figura appositamente istituita dall’amministrazione. Tra le iniziative proposte, figura anche il coinvolgimento di esperti dell’ospitalità per formare il personale addetto ai controlli di frontiera, con l’obiettivo di offrire ai viaggiatori un’accoglienza paragonabile a quella dei migliori hotel.

Controlli alle frontiere e visti frenano la domanda

Adams ha affermato che i viaggiatori tornati a casa dopo i Mondiali di calcio faranno aumentare la domanda, smascherando «l’assoluta e totale assurdità» della convinzione «di poter essere fermati, di vedersi confiscare il telefono e di essere sottoposti a controlli minuziosi».

Tuttavia, i viaggiatori hanno segnalato un aumento dei controlli alla frontiera durante il secondo mandato di Trump. Secondo la Us Customs and Border Protection, le perquisizioni di dispositivi elettronici sono aumentate del 33% nei nove mesi fino alla fine di giugno, rispetto all’anno precedente.

Anche Geoff Freeman, presidente della Us Travel Association, ha criticato la copertura mediatica degli episodi controversi alle frontiere, accusando i mezzi d’informazione di enfatizzare casi isolati e di alimentare così i timori dei potenziali visitatori.

Di diverso avviso diversi operatori del settore, secondo i quali l’inasprimento delle politiche migratorie e le restrizioni sui visti stanno incidendo concretamente sulle decisioni di viaggio. Roberto Alvo, amministratore delegato di Latam Airlines, il maggiore vettore sudamericano, ha raccontato che la cancellazione improvvisa dei permessi d’ingresso per cittadini di alcuni Paesi, tra cui il Cile, sta scoraggiando le famiglie. Il rischio di scoprire pochi giorni prima della partenza che uno dei componenti della famiglia non può più entrare nel Paese, ha spiegato il manager, rende difficile organizzare viaggi verso destinazioni come Orlando.

Nemmeno Tourism Economics prevede una ripresa significativa della domanda internazionale senza un cambiamento nell’approccio dell’amministrazione americana, in particolare nella retorica politica, nelle relazioni commerciali e nei rapporti con gli alleati storici.

Il dollaro forte favorisce l’Europa

Alle incertezze legate alle politiche d’ingresso si aggiunge il fattore economico. Nel corso del 2026, il dollaro si è rafforzato del 3,4% rispetto a un paniere delle sei principali valute concorrenti, contribuendo a ridurre la competitività dell’offerta turistica americana sui mercati internazionali.

Il turismo domestico, invece, continua a sostenere il settore: secondo la Us Travel Association, rappresenta l’87% della spesa turistica complessiva, con una crescita del 4,1% nei dodici mesi ad agosto.

La tenuta della domanda interna, tuttavia, non è sufficiente a compensare completamente la perdita dei visitatori stranieri, particolarmente importanti per la redditività delle strutture ricettive.

Come ha spiegato Chris Woronka, analista di Deutsche Bank, i turisti internazionali tendono a soggiornare più a lungo e a pagare tariffe alberghiere più elevate, garantendo agli operatori maggiori ricavi e una migliore capacità di determinazione dei prezzi.

Per le imprese maggiormente dipendenti dai flussi dall’estero, le prospettive restano dunque difficili. Un rappresentante di un ente di promozione turistica americano, citato anonimamente dal Financial Times, ha descritto i due anni che separano il settore dalle elezioni presidenziali del 2028 come un periodo nel quale l’obiettivo principale sarà semplicemente sopravvivere.

  Articolo "taggato" come:
  Categorie

L'Autore