Il nome è tutto un programma: Iamnotavillain, in sostanza “Non sono un criminale“. Sarà anche così, ma si tratta di un gruppo hacker che ha chiesto un riscatto di 3 milioni di euro, sottraendo dati riservati di quasi 700 clienti Revolut, minacciando di rivenderli ad altri malviventi. E meno male che non sono “criminali”.
L’ultimatum online è accompagnato da un conto alla rovescia digitale. Ma Iamnotavillain ha deciso di fare le cose in grande, così ha pure inviato un video al Financial Times: nelle immagini un utente, non identificato, intento a scorrere documenti dell’azienda di servizi bancari del Regno Unito, tenuta sotto scacco.
Ma ripercorriamo i punti salienti del Giallo. Perché di questo si tratta.
Se la pec della polizia viene clonata
La truffa è stata architettata bene, va riconosciuto. Sfruttando un account istituzionale clonato alla Prefettura di Reggio Calabria, il gruppo avrebbe chiesto e ottenuto da Revolut i dati sensibili di diversi clienti.
Superati i controlli di autenticazione, Revolut ha trattato la comunicazione come un ordinario adempimento obbligatorio per legge e ha consegnato le informazioni richieste ai cybercriminali.
Le mail sarebbero però proseguite, finché l’azienda non si è insospettita e si è rivolta direttamente all’istituzione italiana, che ha negato di essere la fonte dei messaggi.
Revolut si è affrettata a precisare che “i fondi dei clienti non sono stati toccati e il numero delle persone coinvolte è limitato”.
La Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo ha assunto il coordinamento delle indagini. La Procura reggina ha aperto un’inchiesta per l’intrusione in un sistema informatico di pubblico interesse.


