Sindaci che si rimboccano le maniche. Sindaci che non stanno seduti dietro una scrivania. Sindaci che spalano il fango controvento. Sindaci che scrutano l’orizzonte e sospirano. Sindaci senza più un lungomare, che si traduceva in vita, senso di appartenenza, turismo.
Un intero ecosistema spazzato via nel giro di poche ore da un ciclone dal nome apparentemente rassicurante: Harry. La costa jonica siciliana travolta senza pietà dalla furia delle acque, che ha investito anche Calabria e Sardegna. In ginocchio il comparto turistico, la stima dei danni è di almeno due miliardi di euro. Sul lungomare di Mazzeo non c’è più un lido in piedi, devastate la baia dell’Isola Bella e Mazzarò. Le conseguenze sul sistema ricettivo si rifletteranno sull’asse Naxos-Taormina, che incide su tutto il Pil della Sicilia. Ammontano a 300 milioni, invece, i danni in Calabria, mentre in Sardegna gravi ripercussioni per 112 Comuni, un terzo del totale: l’acqua ha sommerso la celebre spiaggia cagliaritana del Poetto.
In prima linea, a metterci la faccia (e non solo), ci sono sempre loro: i sindaci. Come Cateno De Luca a Taormina, che ha generato un boom di turisti americani dopo l’effetto “White Lotus”. De Luca ha invocato subito «deroghe per snellire le procedure, oltre ovviamente alle risorse adeguate». Il governo ha risposto decretando lo stato d’emergenza nazionale e un primo stanziamento di 100 milioni di euro. Ci sono tutti i presupposti per dichiarare lo stato di ricostruzione. Respinta al mittente dal vicepremier Matteo Salvini, invece, la proposta avanzata dalle opposizioni alla Camera: dirottare i fondi destinati al Ponte sullo Stretto – 13 miliardi – alle zone colpite dal disastro.
C’è da mettersi le mani nei capelli. E non solo metaforicamente. A Furci Siculo, Bandiera Blu da quattro anni, il sindaco Matteo Francilia, è stato lapidario: «È un lutto, abbiamo fatto un miracolo grazie alla macchina della solidarietà. Ora serve una barriera per arginare le onde, mai così alte».
Un’altra onda invece, quella mediatica, è giunta in ritardo (a parte qualche singolo canale) e i fari hanno tardato a illuminare le zone del disastro, nonostante la situazione «da bollettino di guerra», come ha denunciato Danilo Lo Giudice, sindaco di Santa Teresa di Riva, altra Bandiera Blu, che ha ringraziato l’opera degli Angeli della sabbia, i ragazzi impegnati a ripulire.
Così, non è difficile comprendere lo stato d’animo del collega della vicina Niscemi, Massimiliano Conti, con gli occhi sbarrati e il cuore in gola mentre la sua città viene sbriciolata dalla forza dirompente di un movimento franoso, che ha già superato quello del Vajont. «Oggi – ha detto sarcastico – siamo tutti niscemologi». Ci sono oltre 1.500 sfollati, per adesso qui la parola “domani” non esiste.
“Domani”, invece, può esserci la svolta per i sindaci dei piccoli centri, quelli con una popolazione spesso inferiore a 3.000 o 5.000 abitanti. Vale a dire oltre il 70% dei Comuni italiani. Sono più di 5.500, infatti, gli enti locali che rientrano in questa categoria, su un totale di 7.740 Comuni censiti dal ministero dell’Interno.
Qui i sindaci rappresentano un importante presidio del territorio e devono fare i conti con le sfide legate allo spopolamento e alla gestione del patrimonio culturale e sociale. E, in diversi casi, con l’undertourism, che riguarda destinazioni con un alto valore culturale o naturale, ma poco frequentate, anche se offrono un’alternativa sostenibile all’overtourism, che finora aveva occupato il centro del ring.
Allora Daniela Santanchè ha ribaltato il tavolo e collocato l’undertourism sul palco dell’ultimo Forum Internazionale del Turismo di Milano per sollevare la questione: «Va promossa la valorizzazione del 96% del territorio meno frequentato – ha sottolineato – per contrastare il sovraffollamento del restante 4%, dove si concentra il 75% dei turisti. Un’invasione che fa soffrire borghi, aree interne e isole minori».
Eppure, già nel 2025, i piccoli Comuni hanno trainato la crescita: +6,85% di presenze e +7,86% di arrivi rispetto al 2024, dati che hanno contribuito al 20% dei pernottamenti complessivi. Il turismo nei centri sotto i 5.000 abitanti rappresenta circa il 14% degli arrivi complessivi e il 15,3% delle presenze totali in Italia.
Quota tutt’altro che marginale, che comunque colloca l’area dell’undertourism come fenomeno strutturale, in grado di intercettare una domanda orientata verso esperienze integrate con le comunità locali. Nel 2026 è prevista un’ulteriore impennata: attesi 21 milioni di arrivi e 80 milioni di presenze, con stime in crescita del 5,3% e del 6,9% sul 2025.
«La strategia della destagionalizzazione comincia a pagare», ha osservato Santanchè. E anche i sindaci meno celebrati sorridono.
I flussi, infatti, sono decisamente importanti, comparabili a quelli registrati nel 2024 in cinque grandi città simbolo dell’overtourism (toh, chi si rivede): Verona, Venezia, Firenze, Roma e Napoli hanno totalizzato oltre 23 milioni di arrivi e 72,1 milioni di presenze.
E c’è una terza categoria, tutt’altro che trascurabile: gli oltre 2.600 piccoli Comuni italiani a vocazione turistica sotto i 5.000 abitanti, che nello stesso periodo hanno registrato 19,5 milioni di arrivi e 71,4 milioni di presenze.
Come Riomaggiore, meno di 2.000 abitanti, perla delle Cinque Terre, che di certo non soffre di undertourism. Chiediamo allora alla sindaca, Fabrizia Pecunia se, nella sua realtà, il turismo può davvero in parte essere veicolato in centri dell’interno.
Insomma: la strada indicata dal ministro Santanchè è quella giusta? «Nel nostro caso il tema principale non è tanto l’overtourism, quanto l’overcrowding, cioè picchi di affollamento molto concentrati in alcune fasce orarie, in pochi punti del paese e in determinate giornate all’anno. Ed è questo che stiamo affrontando con il Piano di Gestione Turistica, lavorando su una redistribuzione dei flussi. Oggi chi arriva tende a dirigersi subito verso la Marina o sul Sentiero Azzurro, e questo genera congestione. L’obiettivo è spostare parte dei visitatori anche su percorsi e tratti meno critici, per ridurre la pressione senza penalizzare l’esperienza. Inoltre, Riomaggiore spesso è una tappa, mentre molti turisti pernottano altrove. Per questo stiamo lavorando per far crescere le esperienze sul territorio e incentivare una permanenza più lunga e di maggiore qualità».
Avete raggiunto quella collaborazione tra istituzioni locali che lei auspicava? «Il lavoro condiviso tra Comuni e il Parco delle Cinque Terre si sta traducendo in misure concrete. A gennaio 2025 Riomaggiore ha approvato il regolamento sulle nuove aperture commerciali, per tutelare identità e qualità: niente friggitorie e niente attività esclusivamente take away, in linea con la carta Cets del Parco per il turismo sostenibile. Nel 2026 abbiamo già approvato anche il regolamento per la gestione dei gruppi, con un limite massimo di 25 persone e il divieto di sostare in alcune aree dove il transito diventerebbe impossibile. Disposizione già prevista dal Parco sui sentieri. E sta per partire un progetto strutturato di comunicazione sulla destinazione Cinque Terre, per rendere più ordinata e consapevole la fruizione del territorio».
Riomaggiore ha sottoscritto la Carta di Amalfi, varata ufficialmente al Forum. È la chiave di volta che permetterà ai sindaci di possedere quegli strumenti adeguati per governare meglio? «Indubbiamente è un riconoscimento importante. Per la prima volta afferma il ruolo dei sindaci nella gestione delle destinazioni ad alta pressione turistica. Auspico quindi che il governo dia seguito agli impegni e metta a nostra disposizione strumenti davvero operativi».
La Carta di Amalfi, eccolo lo squillo di tromba che da Milano annuncia “arrivano i nostri”. Il 24 gennaio i sindaci di 21 Comuni ad alta vocazione turistica (Amalfi, Alberobello, Arzachena, Ayas, Capri, Castellabate, Cortina, Courmayeur, Ischia, Pinzolo/Madonna di Campiglio, Polignano a Ma- re, Pollica, Positano, Praiano, Ravello, Riomaggio- re, Riva del Garda, Roccaraso, San Gimignano, Ta- ormina, Volterra) hanno siglato insieme a Santan- chè e al ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, il patto nato per creare un tavolo interistituzionale e promuovere un equilibrio tra accoglienza e qualità della vita dei residenti.
«Il documento – ha sottolineato Daniele Milano, sindaco di Amalfi e promotore dell’iniziativa – esprime le necessità dei centri a grande attrazione turistica. Nessuna pretesa di avere “superpoteri” ma gli strumenti adeguati per governare», ha ribadito Milano.
«La Carta di Amalfi – ha aggiunto – si fonda sull’interlocuzione istituzionale, quindi un primo obiettivo lo abbiamo raggiunto. Non va dimenticato però che il turismo è un valore irrinunciabile, così come il benessere e la vivibilità dei residenti. Altrimenti si crea uno squilibrio che mette a repentaglio il tessuto sociale e l’autenticità dei luoghi».
La Carta, insomma, è un baluardo a difesa della storia. E oggi più che mai la partecipazione di Taormina assume un valore simbolico, perché si inserisce in un percorso più ampio a tutela di territori fragili, trasformando un momento istituzionale in una tribuna per richiamare l’attenzione sulle urgenze del Sud e sulla necessità di politiche strutturali.
Il tempo delle promesse è finito. A vegliare sul rispetto del Patto ci sono loro. Li chiamano sindaci. Ma oltre la fascia tricolore c’è (ora più che mai) molto di più.
Giornalista professionista, innamorato del suo lavoro, appassionato di Storia, Lettura, Cinema, Sport, Turismo e Viaggi. Inviato ai Giochi di Atene 2004
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