Turismo tossico, in fumo 12 miliardi di euro

Turismo tossico, in fumo 12 miliardi di euro
03 Luglio 11:08 2026

È stato ribattezzato, con una terminologia molto cruda ma efficace, “turismo tossico“. Vale a dire il turismo italiano che perde, disperde o non riesce a trasformare in crescita stabile 12,6 miliardi di euro l’anno, pari allo 0,6% del Pil 2025.

I dati sono contenuti nel libro di Raffaele Rio, ex presidente di Demoskopika, manager, saggista e autore del libro “Il turismo non è destino. Come restituire ai territori il controllo del proprio futuro”, edito da FrancoAngeli, presentato nella Sala stampa della Camera dei Deputati.

I DATI DEL TURISMO TOSSICO

Si tratta di una stima su base annua e alla perdita economica si affianca una misura del potenziale turistico non espresso, cioè almeno 15 milioni di arrivi e 44 milioni di presenze che il sistema turistico italiano avrebbe potuto intercettare, trattenere o distribuire meglio sui territori, ma che restano fuori dalla crescita effettiva perché scoraggiati, spiazzati o dispersi dalle principali distorsioni del comparto.

In altre parole si tratta del  “conto nascosto” del cosiddetto toxic tourism, la prima stima economica annuale della ricchezza sottratta alle comunità locali dalle sei principali distorsioni: caro prezzi, overtourism, marginalizzazione delle aree interne, affitti brevi, infiltrazione criminale e rendita delle piattaforme digitali.

Il fenomeno equivale a un costo potenziale di 477 euro per famiglia e 214 euro per residente l’anno, non come tassa diretta, ma come mancata crescita stabile per i territori.

Sul piano sociale pesa su 8,1 milioni di italiani esclusi dalle vacanze per il caro prezzi, 304mila residenti equivalenti sostituiti dagli affitti brevi e 3,3 miliardi sottratti all’economia legale. In termini concreti, il toxic tourism vale il 5,3% dell’economia turistica nazionale e rappresenta il conto delle distorsioni che impediscono al turismo di trasformarsi in valore stabile per i territori.

«IL TURISMO SI DECIDE»

«Il turismo non accade, si decide – osserva Rio – Per troppo tempo lo abbiamo raccontato come una legge naturale: più arrivi, più presenze, più sviluppo. Ma le leggi naturali dell’economia non esistono. Esistono le scelte. E quando le scelte mancano, il mercato occupa tutto lo spazio disponibile, lasciando ai territori i costi e sottraendo loro il controllo del futuro».

«La pianificazione strategica – precisa ancora Rio – non serve a sostituire la politica né a ingessare il turismo dentro un modello burocratico. Serve, al contrario, a rendere espliciti gli obiettivi, a misurare gli effetti delle decisioni e a correggere le distorsioni prima che diventino emergenze. La pianificazione costringe la politica a scegliere meglio, perché la obbliga a vedere prima le conseguenze delle proprie decisioni».

A prendere le difese della politica e delle istituzioni Gianluca Caramanna, deputato e consigliere del ministro del Turismo per i rapporti istituzionali che ha puntualizzato: «L’attuale governo è costantemente impegnato a valorizzare l’offerta dei territori. Il turismo italiano non può essere misurato soltanto con arrivi e presenze, deve produrre ricchezza stabile, lavoro regolare, servizi migliori e opportunità concrete per le comunità locali».

«Per questo – ha sottolineato – l’azione del governo punta a rafforzare le politiche turistiche nazionali, sostenere le imprese che investono in qualità, contrastare abusivismo e illegalità, accompagnare la crescita dentro un quadro più trasparente e valorizzare anche le destinazioni meno conosciute. L’Italia ha un patrimonio diffuso che va messo nelle condizioni di competere: borghi, aree interne, città d’arte, località balneari, montane e rurali devono essere parte di una strategia unica. Governare il turismo significa fare in modo che il valore generato resti nei territori e non si disperda. Questa è la direzione del governo: più qualità, più legalità, più competitività e più protagonismo per le destinazioni italiane».

Interessante anche la valutazione di Roberta Garibaldi, docente all’Università degli Studi di Bergamo, che ha ricordato: «Il turismo non può più essere considerato un fenomeno spontaneo, bensì una vera e propria una politica di sviluppo che richiede visione, competenze e capacità di governance. Per questo ritengo fondamentale rafforzare il ruolo del destination manager, una figura strategica per accompagnare la crescita delle destinazioni e per la quale sarebbe opportuno avviare una riflessione su un sistema di qualificazione o di riconoscimento professionale. Una pianificazione efficace è inoltre indispensabile per valorizzare le aree interne, dove il turismo può contribuire a creare occupazione, contrastare lo spopolamento, sostenere le filiere locali e preservare il patrimonio culturale e paesaggistico. La competitività di una destinazione  non si misura soltanto dal numero dei visitatori, ma dalla capacità di generare valore condiviso per chi vive, lavora e investe nel territorio».

L'Autore

Andrea Lovelock
Andrea Lovelock

Giornalista, esperto di travel industry, docente di Comunicazione turistica. Appassionato di musica e viaggi on the road.

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